|
   Medaglia
díoro al valor militare alla città di Firenze
Generosamente
e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la liberazione,
prodigò se stessa in ogni forma:
- Resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombardamento germanico,
mutilata nelle persone e nelle insigni opere díarte; - Combattendo valorosa
líinsidia dei franchi tiratori e dei soldati germanici; - Contribuendo
con ogni forza alla Resistenza e allíinsurrezione: Nel centro, sulle rive
dellíArno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; - Donava il
sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse
nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione.
Firenze, 11 agosto-1 settembre 1944.
La
battaglia in città di Piero Calamandrei (*)
(*)
Pubblicato sul "Corriere di Informazione " di Milano
del 12 agosto í45.
Forse
líItalia del Nord non ha saputo interamente che cosa avvenne a Firenze
un anno fa: una battaglia.
Per
esser esatti, di battaglie a Firenze ve ne furono due, una dentro líaltra;
una strategica, per Firenze, che fu combattuta a distanza, tra
le artiglierie alleate schierate a semicerchio sui colli a sud dellíArno
contro quelle tedesche schierate sul semicerchio contrapposto delle colline
di Fiesole; líaltra tattica,dentro Firenze, che fu combattuta ad
armi corte per le vie e per le piazze della città, tra i nazifascisti
e il popolo insorto.
Il piano degli alleati, che fecero quanto era in loro per rispettare la
città ed evitarle di diventare un terreno di scontro, era preordinato,
a quanto si poté giudicare dal suo svolgimento, a liberarla per
manovra: gli eserciti liberatori dovevano sostare a sud della città
senza entrarvi, e il passaggio in forza dellíArno doveva avvenire a monte
e a valle di essa, in modo che i tedeschi fossero costretti a ritirarsi
verso i monti, senza poter combattere in pianura.
Ma i tedeschi e i fascisti avevano un altro piano: trasformare la città,
colle sue torri ed i suoi marmi, in campo trincerato; barricarsi nelle
rovine dei suoi palazzi; attirar líuragano delle granate sulla parte più
preziosa dei suoi monumenti, per lasciarli ridurre in macerie e rigettar
poi sugli alleati líonta di questo misfatto.
Ad attuare questo programma, la cui preparazione fu tenuta celata fino
allíultimo, sotto la truffa della "città aperta",
i tedeschi trovarono zelante complicità nella "vecchia guardia"
del fascismo repubblicano locale, rincuorato dalla presenza di un degno
capo, sceso in persona dal Nord a dare le ultime disposizioni: parlo di
Alessandro Pavolini, che la storia ricorderà soltanto
per il freddo impegno con cui, in quel luglio del 1944, seppe premeditare
líassassinio della città dove era nato, e predisporre la distruzione
di quei ponti di cui egli, dalle finestre del suntuoso albergo ove síera
insediato col suo stato maggiore, poteva, da raffinato conoscitore díarte
qual si vantava di essere, apprezzare la incomparabile leggiadria. Costui,
nel suo operoso soggiorno a Firenze, rubò cinque milioni alla Prefettura
per distribuirli tra le bande dei suoi manigoldi collíordine di rimanere
in città come "franchi tiratori", e
fare strage alla spicciolata, dai tetti e dalle finestre, di donne e di
bambini. E poi, tutto avendo disposto per il meglio, se ne tornò
al Nord, dove il governo della repubblica aveva bisogno di lui.
Il 30 luglio il comando tedesco ordinò líimmediato
sgombero di due larghe strisce cittadine ai lati dellí Arno: centocinquantamila
persone si trovarono da uníora allíaltra senza tetto, sapendo che le loro
case e i loro negozi erano abbandonati al saccheggio.
Nella notte tra il 3 e il 4 i ponti minati saltarono:
per amabilità di Hitler fu risparmiato il Ponte Vecchio, ma, per
bloccarne il passaggio di qua e di là, furono fatti saltare in
sua vece i due rioni che vi davano accesso. Por Santa Maria, via dei Bardi,
Borgo SantíJacopo, via Guicciardini e le più antiche e care torri
della Firenze di Dante. Così, segnata da questa linea di incendi
e di esplosioni, cominciò il 4 di agosto, entro líanello dei cannoni
che si rispondevano dai colli, la battaglia ravvicinata della città.
Per una settimana, le slabbrate spallette dellíArno segnarono la prima
linea: alle mitragliatrici e ai mortai tedeschi, appostati sulla riva
destra, pattuglie di cittadini dalla sinistra rispondevano a fucilate.
Ma da spalletta a spalletta passavano, in difetto dei ponti crollati,
misteriose vie di collegamento: come fantasmi di fango le staffette sbucavano
dalle fogne, e attraverso le macerie minate che ostruivano il Ponte Vecchio
un segreto filo telefonico, riallacciato sotto le granate, permetteva
al Comitato di Liberazione di mantenere líunità del governo.
Così parve segnata la sorte di Firenze, tagliata in due dalla battaglia;
mentre a sud dellíArno i partigiani spergevano di casa in casa i "tiratori"
fascisti, e migliaia di senzatetto, ricchi e poveri tutti uguali, bivaccavano
fraternamente nei saloni dorati di Palazzo Pitti, e la delegazione díOltrarno
del Comitato di Liberazione già era in contatto coi primi reparti
alleati entrati da Porta Romana, la parte a nord dellíArno, la più
popolosa e la più cospicua, era ancora in balia dei tedeschi; e
pareva che tentar di espugnarla in forze volesse dire distruggerla. Furono
queste, dal 4 allí11 agosto, le terribili giornate in cui i cuori di tutto
il mondo tremarono allíidea che di Firenze non dovesse più rimanere
che il disperato ricordo.
Ma qui avvenne il miracolo. Alle 6,15 dellí11 agosto,
nellíansioso silenzio mattutino, i fiorentini già liberi díOItrarno
udirono allíimprovviso, al di là del fiume, il martellar delle
campane che chiamavano allíarmi la parte non ancora liberata: e il filo
clandestino annunciò laconicamente che il Comando cittadino, per
finir di liberare la città, aveva ordinato líinsurrezione.
Si vide allora, al richiamo della vecchia Martinella,
il popolo fiorentino, coi ponti rotti alle spalle, far fronte al nemico.
Contro le mitragliatrici piazzate dietro gli alberi dei viali, contro
i carri "Tigre" in agguato alle barriere, si spiegò come
per magia un esiguo velo di giovinetti febbricitanti e di vecchi canuti,
armati soltanto della loro furia. Da uníora allíaltra, quel velo diventò
una linea, si organizzò, si consolidò; prese sotto la sua
protezione il centro della città; non si limitò alla resistenza,
ma osò líavanzata: e ogni giorno entravano dentro quel cerchio
nuove vie e nuove piazze liberate. Così per quasi un mese, per
tutto agosto, il fronte di combattimento si confuse coi nomi favolosi
dei giardini e delle passeggiate della nostra infanzia: le Cascine, il
Parterre, il Campo di Marte. La pacifica topografia cittadina entrava
stranamente nei bollettini di guerra: "piazza san Marco sorpassata
"; "via santa Caterina raggiunta"; "contrattacco in
piazza Donatello". Ragazzi ed anziani erano attratti da quella linea
affascinante. Oggi i genitori e le vedove lo raccontano colle lagrime
agli occhi: "Non si reggeva più: volle scendere nella strada
disarmato. Disse: "Bisogna che vada anchíio sul Mugnone a ammazzare
un tedesco". E non tornò". Uscivano ansiosi e inebriati,
come se fossero attesi a un appuntamento díamore: con un vecchio fucile
da caccia o con una pistola arrugginita, a battersi contro i mortai e
contro i carri armati; e non tornarono. Anche le giovinette uscivano,
portando ordini di guerra sotto i loro camici di crocerossine: Anna Maria
Enriques, Tina Lorenzoni; e non tornarono. E quel sangue sul marciapiede
segnava líestremo punto al quale era stato portato per quel giorno il
confine tra la libertà e la vergogna. Ma dietro quella linea, nella
città liberata, ferveva il lavoro. Ogni tanto una donna scarmigliata,
nel traversare correndo la via con un fiasco díacqua, cadeva, fulminata,
sul selciato: allora cíera la battuta sui tetti per scovare la belva dietro
il comignolo; e poi, sulla piazza, la giustizia sommaria contro il muro.Non
cíerano più lettighe né bare: i morti si seppellivano alla
rinfusa, nelle grandi fosse del giardino dei Semplici, tra le aiuole in
fiore. E intanto le magistrature popolari già sedevano
ai loro posti nei palazzi dei padri; e quando un colpo arrivava
a scheggiare quelle antiche pietre, guardavano un istante dalle grandi
finestre: "Niente di nuovo: cupole e torri sono sempre in piedi ".
E la seduta continuava.
Questa fu la battaglia di Firenze, durata tre settimane: dal 4 allí11
agosto attraverso le spallette dellíArno, dallí11 agosto alla fine del
mese sulla linea di avanzata nei quartieri e nei sobborghi a nord della
città. Il bilancio si riassume in pochi dati: un grande squarcio
nel cuore della città, una immensa cicatrice che sfigurerà
nei secoli il suo volto: centoquaranta partigiani morti in combattimento
nelle sue strade e molte centinaia di essi feriti; e quasi
ottocento cittadini inermi, in gran parte donne e fanciulli, caduti sotto
le granate tedesche o sotto il tiro a segno degli assassini.
Ma alla fine di agosto questa città, che nel piano nemico avrebbe
dovuto diventare la desolata terra di nessuno, era tornata per intero
la terra gelosamente diletta dei fiorentini, sfregiata e sanguinante,
ma riscattata per sacrificio di popolo: i tedeschi erano in ritirata verso
gli Appennini, e i tiratori erano stati snidati e giustiziati ad uno ad
uno, nella armoniosa serenità di queste piazze, come cani arrabbiati.
Questa fu la battaglia di Firenze che segnò una tappa decisiva,
e forse un esempio unico, nella nostra guerra di Liberazione e nel nostro
ritorno alla coscienza civile europea: una battaglia a corpo a corpo
durata quasi un mese per le vie di una città, combattuta dal popolo
insorto e comandata da un governo insurrezionale di magistrature cittadine,
che gli alleati, quando giunsero, lasciarono con rispetto ai posti di
comando saggiamente tenuti.
Qui la guerra non fu il passaggio di una ventata, qui i tedeschi non erano
ancora in disfacimento: e i partigiani dovettero ricacciarli combattendo
ferocemente ad armi impari per disinfettare la città, metro per
metro, da quella pestilenza che vi si era annidata da ventíanni.
Libertà non donata, ma riconquistata a duro prezzo di rovine,
di torture, di sangue.
Credo che il grande amore per questa mia città rinnovata dal dolore
non mi faccia velo, quando penso che la data dellí11 agosto appartiene
non alla storia di Firenze, ma a quella díItalia.
|
|