Venni al mondo nel 1940 in un harem di Fez, città marocchina del
nono secolo [...].
Mio padre era solito dire che con i cristiani, e con le donne i
guoi nascono quando non vengono rispettati i hudùd, ovvero i sacri confini.
Al tempo in cui nacqui, dunque, si era in pieno caos, perché né donne
né cristiani volevano saperne di accettare confini [...].
Secondo mio padre, non era un caso che Allàh, creando
la terra, avesse separato uomini e donne, e messo un mare a dividere
cristiani e musulmani. L'armonia esiste quando ogni gruppo rispetta i
limiti dell'altro conformemente a quanto prescritto; passare quei limiti
conduce solo al dolore e all'infelicità.
E invece le donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia
di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla, e andare a passeggio
per vie sconosciute, mentre i cristiani seguitavano ad attraversare quel
mare, portando disordine e morte.
[...]
Educazione è conoscere i hudùd, i sacri confini, asseriva Làlla
Tam, direttrice della scuola coranica, dove all'età di tre anni, fui
mandata a raggiungere i miei dieci cugini. La mia maestra aveva una frusta
lunga e minacciosa, ed io ero perfettamente d'accordo con lei su tutto:
i confini, i cristiani, l'educazione.
Esseere musulmani e rispettare i hudùd sono una cosa sola. E per
un bambino, rispettare i hudùd significa obbedire. Io desideravo
tremendamente di compiacere Làlla Tam, e una volta che lei non era a
portata d'orecchio chiesi a mia cugina Malika, di due anni maggiore di me,
se poteva mostrarmi il punto esatto dove si trovavano i hudùd. Mi rispose
che lei per certo sapeva una cosa sola: che tutto sarebbe filato liscio se
avessi abbedito alla maestra. Hudùd era tutto quello che la maestra
proibiva. Le parole di mia cugina mi aiutarono a rilassarmi e cominciai a
godermi la scuola.
Ma da allora, cercare i confini è diventata l'occupazione della
mia vita. L'ansia mi divora ogni volta che non so individuare con
esattezza la linea geometrica che determina la mia impotenza.
[...]
Io, Malika e Samìr, aspettammo che la zia Habìba alzasse la testa,
e poi le esponemmo il nostro problema e la confusione che ci prendeva
ogni qual volta cercavamo di chiarirci la faccenda dell'harem. Dopo
aver ascoltato attentamente, disse che eravamo presi in un tanàqud, o
contraddizione. Essere presi in un tanàqud significa che, per ogni
domanda che si fa, si ottengono troppe risposte, e questo non fa che
aumentare la confusione. "E il problema è che, quando si hanno le idee
confuse", disse, "non ci si sente molto in gamba". Comunque, continuò,
un requisito per diventare adulti è proprio imparare come comportarsi
in caso di tanàqud. Il primo passo per i principianti è sviluppare la
virtù della pazienza: bisogna accettare il fatto che, per qualche tempo,
a ogni domanda corrisponderà un maggior grado di confusione. Tuttavia,
non c'è ragione per cui un essere umano debba smetterre di usare il più
prezioso dono che Allàh ci ha concesso - il 'aql, la ragione. "E ricordate",
aggiunse la zia Habìba, "che nessuno, fino ad ora, ha inventato un modo
per imparare senza fare domande".
Zia Habìba disse qualcosa anche a proposito del tempo e dello
spazio, su come gli harem cambino da una parte all'altra del mondo, e da
un secolo all'altro. L'harem del califfo abbaside Harùn el-Rashìd, nella
Baghdàd del nono secolo, non aveva niente a che vedere con il nostro. Le
sue jàriya, o giovani schiave, erano donne molto istruite, che ingoiavano
libri di storia e di religione più svelte che potevano, in modo da essere
capaci di intrattenere il califfo. Gli uomini di quel tempo, infatti, non
apprezzavano la compagnia di donne illetterate e incolte, e non era
possibile attirare l'attenzione del califfo se non si era in grado di
abbagliarlo con nozioni di storia, scienze e geografia, per non
parlare della giurisprudenza. [...] Però, aggiunse zia Habìba, i califfi
abbasidi erano vissuti molti anni addietro. Ora, i nostri harem erano pieni
di donne illetterate, il che dimostrava solo quanto ci si fosse allontanati
dalla tradizione. [...] Mentre lei parlava, io tenevo d'occhio Samìr
per vedere se capiva tutto quello che diceva. Ma anche lui aveva un'aria
smarrita. La zia Habìba notò la nostra inquietudine e disse di non
preoccuparci, che non avevamo bisogno, non ancora, di immergerci
nel tempo e nello spazio. Quel che contava, adesso, era che, anche senza
rendercene conto, stavamo facendo dei progressi. Al momento, dunque, non
ci rimaneva che procedere con la nostra missione.[...]
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