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"Bella e guerriera". La figura della "bellatrix virgo" nella tradizione antica, nella cultura e nell'epica italiana da Boccaccio ad Ariosto
tesi di Barbara Bindi introdotta da Beatrice Collina e
Gabriella Zarri
Facoltà di magistero di Firenze, a.a. 1996-1997



giovanna d'arco

La figura letteraria della vergine-guerriera, di una donna cioè che superando i limiti normalmente ascritti al suo sesso si dedica alla guerra, l'attività maschile per eccellenza, continua, credo, ancora oggi ad affascinare e nello stesso tempo a provocare stupore e disorientamento proprio per l'effetto di rovesciamento che comporta in valori e tradizioni storicamente consolidati.
Per cercare di capire quali siano gli aspetti caratterizzanti di questa particolare tipologia femminile che molti studiosi definiscono un "ibrido sessuale", una creatura "androgina" che confonde le distinzioni fra i sessi e le categorie di pensiero assegnate a ciascuno di essi, ho deciso di prendere in esame una vasta gamma di testi che consentono appunto di mettere in luce la specificità di questa particolare figura di donna ed insieme di cogliere
le molteplici differenze che emergono nella proposizione del personaggio nei diversi contesti storici e letterari. Inizialmente mi sono occupata dell'elaborazione del mito delle amazzoni nella cultura classica, laddove le "figlie di Ares", che hanno scelto come propria sfera d'azione la guerra, vengono considerate essenzialmente un popolo barbaro e selvaggio ed insieme "creature dei margini" che abitano ai confini dell'ecumene e il cui mondo costituisce un exemplum a contrario della società patriarcale greca.

Successivamente sono passata a prendere in esame le fonti letterarie dove l'attenzione dei poeti è volta alla singola figura della donna-guerriera. Ho così potuto constatare che le guerriere dell'epica antica (Camilla e Pentesilea) sono caratterizzate, come le eroine dell'epica umanistica e rinascimentale, dalla compresenza di tratti oppositivi quali la bellezza femminile e la ferocia guerriera, il pudore virginale e il coraggio virile. Esse che rifiutano l'"interno" domestico e le attività muliebri, scegliendo di ricercare all'"esterno" quella fama e quella celebrità che può derivare solo dalla dimostrazione del loro coraggio e del loro valore militare, non perdono per questo la loro straordinaria bellezza. E il momento "centrale" nella raffigurazione della donna-guerriera diventa proprio, a partire dal primo libro dei Postomerica di Quinto Smirneo, quello in cui, caduto l'elmo che ne cela la vera identità, l'eroina appare nell'assoluta perfezione dei suoi tratti femminili.
Credo comunque che sia estremamente difficile definire una volta per tutte l'"essenza" di questa figura di donna perché se pure ci sono delle caratteristiche (come l'ansia incontenibile di combattere, l'estremo coraggio, la profonda fiducia nelle proprie capacità, la forza inconsueta in una donna) che ricorrono più o meno in tutte le "emergenze" del "tipo", molteplici sono le differenze che separano ad esempio la Camilla virgiliana dall'ariostesca Bradamante o la Pentesilea di Quinto dalla Marfisa boiardesca.
D'altro canto una fitta rete di corrispondenze, una sorta di "contiguità semantica" sembrano associare le donne-guerriere (almeno quelle di loro che risultano estranee alla sfera dell'eros) ad altre figure non solo mitiche e letterarie (come le vergini-cacciatrici che fuggono l'amore rifiutando il ruolo di mogli e di madri) ma anche storiche (come le prime umaniste che sostituiscono "fusi e conocchie" con "calami e penne"). E ancora altri elementi di contatto possono essere trovati fra la tipologia della mulier (virgo) virilis della tradizione cristiana e la bellatrix virgo di ascendenza classica. Si è trattato dunque di rintracciare nell'epica antica, nella cultura medievale, nella letteratura agiografica, nei romanzi cavallereschi, nella tradizione canterina e soprattutto nell'epica umanistica e rinascimentale (ovviamente in relazione al periodo che abbiamo scelto di prendere in esame) quelli che sono gli aspetti dominanti e caratterizzanti di un personaggio che si propone, volta per volta, nelle varietà delle sue molteplici sfumature.

Tentando comunque di formulare una sorta di sommaria "classificazione" si potrebbero collocare da una parte le eroine che, caratterizzate da un "difetto" o da un "eccesso" di sessualità (è il caso quest'ultimo di molte guerriere dei romanzi cavallereschi), rifiutano di adeguarsi al codice comportamentale che regola i rapporti amorosi e matrimoniali, pagando quindi con la morte o con l'emarginazione la loro scelta in favore di una "verginità armata" (Camilla, Marfisa) o la loro "intemperanza sessuale" che implica comunque quasi sempre un atteggiamento di sfida nei confronti dell'altro sesso. Dall'altra parte si potrebbero invece situare quelle eroine che solo "temporaneamente" sono caratterizzate dal loro essere insieme donne e guerriere perché, una volta che la scoperta della loro muliebre bellezza ha provocato l'immediato innamoramento da parte dell'eroe (il quale di solito milita sul fronte avverso), decidono di "arrendersi" all'amore e, accettando la superiorità del loro avversario, abbandonano il loro status di amazzoni per convertirsi (spesso fuor di metafora) in spose obbedienti e mogli esemplari. È il caso quest'ultimo di Galiziella ma soprattutto dell'ariostesca Bradamante con la quale la figura della donna guerriera sembra solo apparentemente aver raggiunto la sua legittima consacrazione perché l'eroina, scelta come capostipite della dinastia estense, è solo "temporaneamente" fedele alla sua natura di bellatrix virgo interpretando piuttosto, nel corso della narrazione, tutta una serie di "ruoli" prettamente "femminili" e abdicando infine definitivamente al suo status di guerriera. Dunque se la donna guerriera può non solo integrarsi nella società ma rivestirvi anche un ruolo di primo piano, ciò può avvenire solo a patto di trasformarsi in qualcosa d'altro.
Così nella maggior parte dei casi ci rimangono solo degli episodi, a volte solo degli istanti in cui l'essenza "androgina" di queste figure si manifesta nella sua pienezza, per poi essere in qualche modo rinnegata o rimossa in favore della rigida differenziazione di ruoli tra "maschile" e "femminile" che si conferma nella società e nella ideologia letteraria fino al Rinascimento dogma ineluttabile e irrinunciabile.

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