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«Come mamma mi sento umiliata ed offesa»

 

Perché ha deciso di raccontare la sua storia al giornale? «Che altro mi rimaneva da fare? Io mi sento umiliata, offesa, svuotata e messa in discussione come mamma». Parla Antonella Leoni, la donna al centro di questa separazione giudiziale dai risvolti inconsueti: «Da una parte il giudice Sassi riconosce che ho cresciuto ottimamente insieme a mio marito i nostri figli. Dall'altro, me li toglie nove mesi all'anno con un affidamento alternato perché io lavoro a Urbania mentre mio marito ha un'attività a Urbino. Ma si può arrivare a sancire questo principio che ritengo assurdo? E malgrado questo, ho affittato l'azienda della mia famiglia per non lavorare più e stare vicino ai miei figli. E ancora una volta il giudice mi ha detto che dopotutto è meglio ormai non cambiare l'affidamento perché c'è la nonna che accudisce i bimbi insieme a mio marito. Come posso combattere questo modo di pensare? Due bambini di 8 e 11 anni con chi vorranno crescere, confidarsi, giocare, imparare? Una domanda che rivolgo alla gente che legge questo articolo. Io non accuso di niente mio marito per quanto riguarda l'educazione e l'amore che trasmette ai nostri figli. Ma perché non si può pensare che per due bambini sia meglio condividere con la loro mamma più tempo. Io sono costretta a vederli due volte a settimana per poche ore, e una volta che sono rimasti qualche minuto in più era già arrivata la telefonata alla polizia per farmeli riconsegnare. I bambini non sono pacchi. Quando mi è stato comunicato due anni fa che avrei dovuto lasciare la casa e i bambini entro dieci giorni come l'ultima clandestina mi sono sentita morire. Quando ho chiesto il motivo per cui venivo cacciata dai miei figli, l'avvocato mi ha detto che siccome lavoravo a 15 chilometri non ero vicino a casa. Mi sembrava di sognare. I figli piccoli vengono affidati al padre solo se la madre è degenere, folle, oppure tratta male i suoi bambini. Ma a Urbino è successo che per le donne che lavorano a Urbania, i diritti di poter stare con i propri figli vengono meno. Penso che non esista un caso del genere in tutta Italia. Il tribunale di Urbino mi ha ritagliato la parte dell'uomo, ed ha ritenuto che per coprire 15 chilometri ci siano ancora i cavalli e le carrozze». 


Commento della redazione

Comprendiamo completamente lo stato d'animo della signora: è quello in cui in genere si trovano tutti i genitori "non affidatari". E' inumano essere costretti a vedere i figli solo due volte alla settimana. E secondo noi è anche dubbio che sia legale. Con che fondamento si può dare questa sanzione a cittadini, minori o no,  che non hanno nessuna colpa? Altre considerazioni sono invece infondate " I figli piccoli vengono affidati al padre solo se la madre è degenere, folle,..."  Ma la signora non è un legale e chiaramente è in una situazione di sofferenza.) Meraviglia invece l'interrogazione dell' on. Lucidi DS che è anche avvocato, Vedi sul sito della Camera. Purtroppo se non avverrà una riforma queste situazioni continueranno. Probabilmente , in nome delle pari opportunità aumenteranno le mamme "non affidatarie," ma non è questa la parità che noi auspichiamo. (*vedi in fondo citazione avv Grazioso) Non deve più esistere l' "affidamento esclusivo" , come pure l'insensata ricerca del "genitore più idoneo".  I genitori sono entrambi indispensabili e idonei. ( G. I.)

Solo la "inidoneità" è un concetto definito giuridicamente. Per effetto di legge (176/91) l'inidoneità del genitore è stata convenzionalmente definita, a livello planetario, il 20 novembre 1989, a New York, in "certains cas particuliers, par exemple lorsque les parents maltraitent ou négligent l'enfant". (in certi casi particolari, per esempio quando i genitori maltrattano o trascurano i figli)
Quando non sono giudizialmente accertati i citati "cas particuliers", si possono solo constatare una molteplicità di "stili" diversi di genitorialità. Tutti, di natura e per norma di legge, rigorosamente "idonei". ( P. P.)



Citazione articolo avv. Grazioso Cassazionista e Canonista del Foro di Bari

e indice di un dibattito pubblicato in questo sito

Un ulteriore passo sarebbe una capillare campagna di sensibilizzazione dei giudici verso il rispetto delle "pari opportunità" in tema di affidamento,  parallela e speculare a quelle a tutela dei diritti delle donne nella vita lavorativa e civile, che potesse portare la percentuale degli affidamenti al padre non dico al 50%, ma almeno ad un decoroso 30/35%.  


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