LINGUE DEI SEGNI O LINGUAGGIO MIMICO GESTUALE?

di Giuseppe Gitti


Sono convinto che solo gli sciocchi e i superficiali non cambiano mai opinione, ma sono altrettanto convinto che non si possa e non si debba assolutamente rinnegare il passato, soprattutto se si è operato in buona fede. Rimango quindi perplesso quando ad esempio nel numero 5, 1996, del periodico EFFETA leggo che "Per oltre cento anni questi Centri hanno lavorato a riabilitare minorati e a dare ad essi, in primo luogo, il mezzo di comunicazione: quella che oggi va per la maggiore e che viene chiamata lingua italiana dei segni - LIS -. Noi lo abbiamo usato sempre perché eravamo stati formati a studiare la singola persona e ad usare per lei nell'intento di alleviarle la fatica, il mezzo più adeguato alle sue esigenze intellettive, come primo passo verso la socialità." (p. a. n.).

Ma com'è possibile che si voglia cancellare non solo la storia, ma addirittura la cronaca? Ma com'è possibile parlare di "Centri" e "riabilitazione" quando fino agli anni '70 sono esistite solo le scuole speciali? Ma si è dimenticato il Congresso di Milano? Ma nessuno ha mai fatto mettere le mani dietro la schiena ai sordomuti? Nessuno ha mai gridato viva la parola? Nessuno ha mai detto che l'orecchio è la porta dell'intelligenza?

Io vorrei dire a p. a. n. e a tutti gli educatori delle antiche e benemerite Istituzioni di andare a rileggersi i programmi delle scuole di metodo che non prevedevano l'insegnamento del linguaggio mimico - gestuale, di rileggere i libri e le riviste e verificheranno che è sempre stata affermata una severa condanna del linguaggio mimico - gestuale e che se ne parlava spesso addirittura in modo dispregiativo anche se poi, in realtà, veniva usato da tutti nelle comunità.

C'è attualmente un grande fiorire di traduzioni, di studi e di ricerche da parte di alcuni eminenti studiosi italiani che suscitano entusiasmi molto romantici nei non addetti ai lavori, aspettative molto teoriche e tutte da verificare negli operatori sanitari e scolastici, ma, per la verità, pochissimo interesse da parte dei genitori dei bambini sordi e dei giovani sordi abilitati ed educati con il metodo orale di oggi, non di ieri.

Tali studiosi che fanno spesso riferimento ad esperienze e a studi stranieri (aspetto per noi esterofili sempre molto interessante), a differenza dei vecchi educatori i sordi li hanno "visti" solo sui libri e sulle riviste e saltuariamente nei loro studi o ambulatori di diagnosi o di ricerca.

Le teorie valide sono quelle che trovano riscontro nella pratica e in Italia, ma non solo in Italia, negli ultimi cento anni tutti gli educatori dei sordi e tutti gli studiosi che erano anche "praticanti" della lingua dei segni hanno sempre affermato la superiorità netta della lingua orale. Tenendo presente che una lingua è tale per la sua valenza comunicativa intrinseca e non per la conoscenza della sua grammatica e della sua sintassi, io mi chiedo perché hanno cambiato così radicalmente e improvvisamente idea?

Solo per merito degli studi di Stokoe o anche per altri motivi, diciamo, meno scientifici?

Io credo che, comunque, si sia fatto un grosso errore in quanto, secondo me, i grandi Educatori del passato avevano perfettamente ragione.

Se Tarra affermava che "una delle ragioni principali che mi convinse del valore eminente della lingua e della lingua orale pura nell'istruzione del sordomuto, fu il riconoscere come molte delle idee spirituali e astratte ch'io credevo d'avergli dato erano in lui concrete e materiali".

Se Scuri affermava che "non si può prescindere praticamente dalla constatazione che l'ideazione concettuale sia sempre per l'anormale sensoriale sordomuto - anche se divenuto per arte sordoparlante - una vetta troppo impervia per le sue forze" e se tutti gli Autori e tutti i vecchi Maestri non riconoscevano al linguaggio mimico - gestuale la dignità di lingua evidentemente avevano ragione perché non solo lo conoscevano perfettamente, ma avevano anche avuto il modo di verificarne le possibilità ed i limiti in quanto seguivano i sordomuti non solo a scuola, ma anche nelle comunità e nelle attività sociali, ricreative, culturali e familiari.

Dopo quanto detto credo che sia incredibile e molto strano che la "scoperta" della lingua dei segni sia stata accettata acriticamente da tutti.

So perfettamente di essere attualmente fuori dal coro, so perfettamente che la mia è una posizione impopolare, ma credo sia giusto tener presente quelle preziose esperienze e, pur con motivazioni diverse, sollevare qualche dubbio sulla presunta "parità" della lingua dei segni con la lingua orale, sulla sua "naturalità" e sulla validità del suo apprendimento e uso.

Oggi anche grazie all'importante riconoscimento del Parlamento Europeo il fatto che la lingua dei segni sia "una lingua a tutti gli effetti e prima lingua dei sordi" è un dogma e coloro che avanzano dubbi, coloro che credono nell'oralismo vengono accusati di avere "una cultura conformista che poco concede alla diversità e identifica il normale con il bello (mentre) la posizione favorevole ai segni corrisponde ad un atteggiamento mentale più aperto e innovativo capace di valorizzare e comprendere la diversità" (Amatucci).

Un esperto della sordità belga commentando Sentire Segni ha scritto: "la lecture de ce texte dans notre pays et en cette fin de siècle susciterait pluto^t une pitié fraternelle à l'egard de jeunes sourds italiennes...". Davvero una grande disponibilità al confronto!

Dopo quanto detto spero che i lettori mi riconosceranno almeno la buona fede; io non pretendo e non credo di avere la verità, cerco solo con queste mie rozze provocazioni di suggerire qualche tema per un indispensabile dibattito che attualmente è sostanzialmente inesistente.

Il concetto di economicità regola tutto il sistema nervoso e credo non possa essere negato che il segnale linguistico è la forma più immediata ed economica di simbolizzazione mentre il segno gestuale è e rimane segno oggettuale, rigido e schematico di una particolare realtà anche se, ovviamente, ha il vantaggio di essere compreso facilmente, in quanto è un'informazione di tipo analogico con un alto grado di iconicità e ciò è dimostrato dal fatto che i sordi di tutto il mondo pur avendo lingue segniche diverse, più o meno si comprendono "aumentando" o il "labiale" o gli aspetti iconici a seconda che conoscano o meno la stessa lingua orale.

E' vero che ci sono dei segni non immediatamente trasparenti, ma non perché non conservano tratti iconici, ma o perché non conosciamo l'oggetto rappresentato o perché sono solo un fotogramma della rappresentazione pantomimica dell'oggetto o del concetto scelto convenzionalmente da un gruppo e che può non corrispondere a quello che noi avremmo immediatamente selezionato o, infine, perché con l'uso i segni hanno perduto la precisione della rappresentazione.

La convenzionalità della lingua dei segni è solo relativa alla scelta di una delle possibili rappresentazioni iconiche.

A questo proposito ricordo con affetto Beppino, un vecchio sordomuto che riusciva sempre a stupirmi per l'abilità che aveva nel trovare una caratteristica particolare che io non riuscivo mai a "vedere" per "battezzare" con un segno ogni nuovo arrivato nell'Istituto.

Nella lingua orale con 25/30 suoni senza significato e con poche regole di combinazione si riesce a produrre un numero infinito di messaggi, mentre uno o più parametri gestuali abbinati ad una determinata espressione non producono solo "quel" messaggio, sono "quel" messaggio.

Nella lingua dei segni il significato è l'oggetto, mentre nelle lingue orali il significato non è solo l'oggetto, ma anche tutte le conoscenze e le esperienze relative a quell'oggetto.

Il segno gestuale è analogico e il significante richiama il significato mentre il segno verbale è digitale e non richiama il significato se non nella forma più primitiva.

La lingua orale a differenza della lingua dei segni ci permette di "generare" un numero infinito di combinazioni tanto è vero che non diciamo mai la stessa cosa nello stesso modo e attraverso l'uso dei funzionali possiamo dilatare all'infinito il messaggio. La struttura della lingua dei segni è quindi molto meno complessa della lingua orale ed essendo il linguaggio, orale o segnico, per lo meno lo strumento del pensiero risulta evidente che vi è un rapporto fra pensiero e linguaggio nel senso che un pensiero complesso necessita di un linguaggio complesso.

Nella lingua dei segni non solo i sovrasegmenti che sono costituiti dagli elementi non manuali (mimica, postura, movimenti del capo, degli occhi e delle spalle), ma anche tutti quei parametri che permettono di "formare" l'informazione (luogo dello spazio, configurazioni delle mani, movimento e orientamento delle mani) così come i singoli segni sono analogici, mentre nelle lingue orali solo i sovrasegmenti (melodie, ritmo, ecc.), sono analogici, mentre le parole sono digitali.

La lingua dei segni non ha unità minime non significative che producono segni significativi, poiché i cheremi sono di per sé significativi e quando vengono utilizzati per "tradurre" fonemi e parole non hanno più nulla a che fare con la lingua dei segni come è confermato dal fatto che la lingua dei segni dei sordi, nonostante qualche tentativo, non ha mai avuto una traduzione grafica di tipo digitale, ma solo, per motivi didattici, analogica (sequenze di disegni), nonostante che esistano ancora oggi lingue orali, come per esempio il cinese, che hanno utilizzato ed utilizzano scritture logografiche nonostante la loro scarsa economicità.

Nell'introduzione del Vocabolario Bilingue Elementare della Lingua Italiana dei Segni a cura di E.Radutzky si legge che "la lingua dei segni è in realtà composta da diverse migliaia di segni capaci di generare, come la lingua parlata, un infinito numero di vocaboli".

Non riesco a capire a quali segni ci si riferisca soprattutto perché successivamente leggo che "è vero che le lingue dei segni sfruttano un alfabeto manuale composto da molte diverse configurazioni, ciascuna posizionata nello spazio in modo da rappresentare una diversa lettera dell'alfabeto, usata nella rispettiva lingua, orale o scritta, maggioritaria in ogni stato".

Che cosa c'entra l'alfabeto manuale, che cosa c'entra la dattilologia con la lingua dei segni? Se, com'è ovvio, non teniamo presente la capacità "generativa" dell'alfabeto manuale, quanti sono i segni utilizzati dai sordi?

Nel suddetto dizionario che è "un tentativo di presentare i vocaboli più comuni della lingua dei segni usata dalla comunità sorda italiana e tramandata di generazione in generazione" sono segnalati 752 segni e circa 2.500 significati di contro alle 134.000 voci a agli oltre 370.000 significati del Vocabolario della Lingua Italiana di N. Zingarelli. I segni non saranno tutti, ma certo che la differenza è incredibile, soprattutto se teniamo presente che un bambino di tre anni usa circa 1.000 parole e a sei anni circa 3.000.

Lo sviluppo somatico dell'uomo in relazione al suo adattamento all'ambiente per quanto riguarda la comunicazione ha proceduto favorendo la scelta del segno verbale utilizzando l'organo dell'udito che al contrario della vista "lavora" 24 ore su 24 e non ha limiti per quanto riguarda la direzionalità, la provenienza, la necessità del contatto oculare, la luce e la libertà degli arti.

Non è mai esistito un popolo, né oggi esiste una qualche tribù che non utilizzi la lingua orale, così come non è mai esistita una cultura sorda.

Ciò è confermato anche dal fatto che se i sordomuti storicamente sono stati considerati "incapaci" dovremmo pensare che nella storia dell'umanità è esistito un popolo di "incapaci" senza cultura e senza lingua.

La realtà è che la lingua dei segni non è la lingua naturale dei sordi sia perché è "nata" solo nel diciottesimo secolo, sia perché è "nata" in una situazione non naturale in quanto non espressione della cultura di un popolo, ma codificata e insegnata da "maestri" udenti e successivamente utilizzata in comunità "artificiali" da essi e non da sordi volute e create. La lingua dei segni non ha avuto un'evoluzione naturale e autonoma, ma è il frutto di un processo interattivo fra segni e parole sia perché non è mai esistito un popolo di sordi distinto da quello degli udenti, sia perché i componenti sono sempre stati e sono sempre diversi, sia, infine, perché la lingua dei segni non poteva essere tramandata in quanto non ha mai avuto l'equivalente scritto che ha sempre dovuto mutuare dalla lingua orale.

L'interazione casuale e funzionale della lingua orale e del linguaggio mimico - gestuale non ha permesso e non permette la creazione di vere lingue dei segni, ma solo linguaggi segnici simili perché nascono e si strutturano con gruppi di elementi significativi che tengono presente il solo campo visivo e quindi sono iconici semplici, ma poco economici e sempre, parzialmente, individuali.

Quanti usano solamente e veramente la lingua dei segni e non un "misto" di segni, dattilologia o combinazioni varie di parole, mimica, gesti, segni, cued speech, ecc.?

Quanti sono veramente bilingui e quanti invece più o meno bimodali?

Io non conosco nessuno che parli la lingua dei segni "pura" e, d'altra parte, tutti possono osservare che anche gli interpreti "televisivi" usano in contemporanea il verbale e non credo che ciò sia dovuto a scarsa professionalità, ma a limiti obiettivi della lingua dei segni.

A questo proposito posso testimoniare che io ho vissuto per 12 anni di cui tre di vita in comune (ragazzo fra ragazzi sordomuti) non ho mai raggiunto una competenza segnica tale da potermi considerare bilingue e tale da poter fare uso solo ed esclusivamente della lingua dei segni perché troppo povera sia qualitativamente e quantitativamente per esprimere concetti complessi e ho sempre simultaneamente utilizzato una sorta di "total comunication" senza rispettare né le regole né l'uso esclusivo di vocaboli della lingua orale e della lingua dei segni, ma adeguandomi di volta in volta alle capacità "linguistiche" dell'interlocutore.

Il linguaggio mimico - gestuale è sicuramente connaturato all'uomo che lo utilizza anche come supporto all'espressione verbale, ma non è evoluto spontaneamente nella lingua dei segni.

La lingua dei segni, anzi l'utilizzo del segno mimico - gestuale, è stata un'invenzione che ha rappresentato una grande conquista per i sordi che ne hanno tratto enormi vantaggi in quanto, prima dell'avvento della protesizzazione era l'unico linguaggio che i sordi profondi potevano imparare.

Con i vecchi strumenti dell'oralismo (lettura labiale, articolazione, lettura e scrittura) ai sordi profondi potevano essere insegnate tante o tantissime parole e frasi stereotipate, ma non potevano essere messi in condizione di imparare la lingua; in altre parole potevano raggiungere una utile e funzionale capacità comunicativa verbale, ma non una adeguata competenza linguistica.

Agli ultraquarantenni che parlano e scrivono benissimo e che dichiarano di essere sordi profondi dalla nascita e di avere frequentato addirittura le scuole normali... tutti i miei complimenti!

Sarebbe però interessante conoscere dove, come e quando sono stati diagnosticati, protesizzati ed educati se solo intorno agli anni '70 sono state effettuate le prime diagnosi precoci, le prime protesizzazioni e i primi inserimenti nella scuola normale. Magari, in buona fede, non ricordano o non sanno che, per esempio, esistono anche le sordità progressive.

Attualmente tutti i sordi possono raggiungere un'adeguata competenza linguistica e quindi oggi, giustamente, la lingua dei segni "vive" per i sordomuti adulti e come intervento riparatore ai danni causati dal mancato intervento diagnostico, protesico, abilitativo ed educativo.

L'emarginazione del sordo non è dovuta principalmente alla sordità, ma all'assenza della lingua orale. La sordità è il deficit, l'assenza della lingua orale è l'handicap.

Se un soggetto sordo profondo ha un'adeguata competenza linguistica può affrontare o risolvere tutti gli altri handicap legati alla sordità.

E' soprattutto la conoscenza della lingua, è soprattutto il possesso di un'adeguata competenza linguistica che permette l'integrazione e l'emancipazione del sordo.

A questo proposito nessuno può negare che sono i sordi "non parlanti" ex Istituto che necessitano della lingua dei segni e, giustamente, ne chiedono la sopravvivenza anche se molti per i loro figli scelgono la lingua orale e la scuola normale, nessuno può negare che i leaders nelle associazioni e nelle comunità dei sordomuti sono stati e sono sordi medio - gravi o post-linguali o che, comunque, parlavano e parlano meglio e, ancora, tutti sappiamo che oggi gli adulti diventati sordi profondi o totali non richiedono la lingua dei segni, ma l'impianto cocleare o sussidi "visualizzanti" la lingua orale.

Fino alla fine degli anni '60 la maggior parte dei bambini "sordastri" (più o meno parlanti), tutti i bambini sordi (muti) e addirittura anche i bambini diventati sordi dopo l'apprendimento della lingua iniziavano l'educazione dopo i 6 anni nelle scuole speciali dei benemeriti Istituti per sordomuti e imparavano per imitazione, facilmente e in breve tempo il linguaggio mimico - gestuale utilizzando un canale integro.

Infatti nonostante i vecchi maestri ufficialmente sostenessero che il "gesto uccide la parola" il linguaggio gestuale non solo veniva usato e condiviso da tutti nella comunità, ma addirittura veniva più o meno tollerato anche durante l'attività scolastica.

Non credo quindi che oggi sia giusto strumentalizzare tale affermazione sia perché era sostanzialmente di principio, sia perché non è chiaro se ci si riferiva alla "lingua" o solo alla "parola" né se ai "sordastri" o anche ai "sordi". Io credo infatti che riferendosi alla "lingua" tale affermazione poteva essere valida per i sordastri che anche allora avevano la possibilità di apprenderla, se invece si riferiva alla "parola" poteva essere valida per i sordi profondi perché allora, come adesso, in caso di mancato intervento precoce, non avevano alcuna possibilità di apprendere la "lingua", ma solo "parole" e quindi la comunicazione verbale, "poverissima" e "successiva", altro non era che la "traduzione" di qualche "segno gestuale".

Evidentemente una situazione educativa "speciale" di fatto bilingue non favoriva un miglior apprendimento della lingua orale come sembra confermato, a livello italiano, da un documento dell'E.N.S. del 1993 in cui si afferma "l'esistenza in Italia di oltre 21.000 sordomuti adulti che usano quasi esclusivamente il linguaggio gestuale", a livello europeo, da una premessa alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 1988 sul linguaggio mimico - gestuale nella quale si afferma che è " quello preferito, se non l'unico, usato dalla maggior parte dei sordi".

Quanto detto, a mio avviso, dimostra che i grandi educatori del passato, la maggior parte dei quali si dedicava per missione esclusivamente all'educazione dei sordomuti, avevano perfettamente compreso i limiti della lingua dei segni, ma non volevano assolutamente arrendersi di fronte all'impossibilità dei sordi profondi di raggiungere un'adeguata competenza linguistica. Poiché è assolutamente dimostrato dai fatti che oggi non solo i "sordastri", ma anche i sordi profondi possono apprendere correttamente la lingua orale, io sono convinto che la "riscoperta" della necessità di usare la lingua dei segni così come l'affermazione dell'esistenza di un popolo e di una cultura sorda sia solo ed esclusivamente funzionale alla volontà di ripristinare le scuole speciali, gli Istituti per sordi, i circoli per sordi, le Università per i sordi e così via.

Forse non si vuole riflettere sul fatto che esistono popoli i quali hanno una cultura che si esprime con una lingua.

Popolo, cultura e lingua è un trinomio inscindibile, frutto di un processo unitario che può "naturalmente" evolvere, ma non può essere forzosamente né scisso, né imposto.

Il sordo è una persona con un deficit e le persone sorde non sono un "gruppo" distinto, non sono un popolo poiché hanno la stessa cultura degli udenti intesa come l'insieme delle manifestazioni sociali, economiche, politiche, religiose, artistiche, scientifiche, sportive, giuridiche, culinarie, ecc.

Se si considera inoltre che il 5% dei bambini sordi prelinguali proviene da famiglie con genitori sordi, il 5% da famiglie in cui è presente un genitore sordo e il 90% ha genitori udenti, come è possibile che fino dai primi giorni di vita il bambino sordo possa stabilire dei rapporti comunicativi adeguati con una lingua sconosciuta ai genitori? Come è possibile pensare che il figlio sordo di genitori udenti faccia parte di un'altra cultura solo perché è sordo? Come può quel bambino sordo essere bilingue?

L'affermazione della necessità del bilinguismo nasce dal fatto che, in malafede, si dà per scontato che il bambino sordo profondo non possa fare un'esperienza di comunicazione verbale adeguata e che fino a 4-5 anni non parli e che in tal caso l'uso del linguaggio dei segni, favorendo lo sviluppo cognitivo, favorisca anche lo sviluppo linguistico.

Nessuno vuol mettere in discussione che lo studio accurato e approfondito di una seconda lingua contribuisca a potenziare le capacità cognitive di base e che sia formativo in quanto è necessario "calarsi" in un diverso contesto culturale poiché la cultura è la sostanza della lingua, ma non si può non tener presente che la lingua dei segni è atipica in quanto per apprenderla viene utilizzato il feedback visivo e non quello uditivo e quindi è forse lecito chiedersi se ne sia compatibile l'apprendimento in contemporanea con la lingua orale.

A questo proposito anche se, come sostengono alcuni autori, per l'apprendimento del linguaggio mimico - gestuale e delle lingue orali le aree cerebrali interessate sono le stesse, ciò non significa che le due "lingue" abbiano pari dignità e, comunque, essendo diversi circuiti è difficile sostenere che possano essere apprese utilizzando esattamente gli stessi processi neuropsicolinguistici, ma anche se così fosse l'uso in contemporanea delle due lingue ritarderebbe il processo di interazione funzionale fra la modalità uditiva e le altre modalità sensoriali e in particolare fra quella uditiva e quella visiva e, ancora, in particolare, fra la lingua udita e quella letta sulle labbra che è la base del successo dell'abilitazione del sordo profondo protesizzato precocemente.

Ma, prescindendo dagli aspetti specifici, noi sappiamo che un bambino per diventare bilingue, come sostiene Volterra, necessita che vengano inderogabilmente rispettate alcune condizioni: 1) "Una persona che proponga la lingua dei segni e una che proponga la lingua italiana, due persone distinte perché questo facilita al bambino il riconoscimento che si tratta di due codici". 2) Se vogliamo che impari due lingue "dobbiamo dagli situazioni per essere motivato ad usare entrambi i codici, per cui dovrà frequentare sia bambini sordi che bambini udenti". 3) "Bisogna che i due codici siano usati sufficientemente tutti e due. I tempi di esposizione all'una e all'altra lingua devono essere ben bilanciati".

Tenendo presente il numero dei bambini sordi profondi (0/4 per mille) e la dispersione geografica degli stessi, quando, come e dove possono essere messe in atto tali condizioni?

Come è possibile che un bambino possa imparare la lingua dei segni con l'apporto di un adulto sordo "a ore" che utilizza molto spesso una lingua dei segni "domestica"? Un bambino sordo profondo dove può imparare la lingua dei segni se non in una scuola speciale (pardon, particolarmente attrezzata), in un Istituto per sordi, in una comunità per sordi?

Ma c'è davvero qualcuno che in buona fede può pensare che la lingua dei segni possa diventare patrimonio di tutti? Come è possibile pensare che tutti possano raggiungere una competenza segnica, come è possibile imparare o addirittura diventare interpreti con brevi e asettici corsi di lingua dei segni?

Se "ciascuna comunità di sordi rea e sviluppa una sua lingua dei segni con caratteristiche proprie legate al gruppo in cui viene usata" (Caselli - Volterra), se un'indagine da noi effettuata confrontando cento segni sul vocabolario precedentemente citato di scuola prevalentemente romana e sul dizionario dei segni di O. Romeo di scuola catanese ha messo in evidenza che solo 49 segni sono uguali e 41 diversi, anche alcuni riconoscibili, quale lingua, quale vocabolario dovremmo proporre a quella che la Presidente dell'E.N.S. chiama "maggioranza verbale"?

Se i sostenitori della lingua dei segni trovano conforto negli attuali orientamenti culturali sui diritti delle minoranze e sulla valorizzazione delle diversità linguistiche e culturali, non dovrebbero rispettare anche le minoranze di lingue segniche?

Se in Italia esistono diverse lingue e diversi dialetti a che cosa serve l'interprete sulle televisioni nazionali?

Può esistere e a cosa serve un vocabolario "italiano" della lingua dei segni?

Dopo quanto detto, è possibile il bilinguismo?

Io, onestamente, non credo che sia possibile e attendo che mi venga indicato un progetto realizzabile o un'esperienza integrata di bilinguismo reale in Italia o all'estero.

Non si può d'altra parte negare, oltre al valore storico e culturale, quello comunicativo, educativo e sociale che il linguaggio mimico - gestuale riveste anche attualmente per molte persone sorde profonde, ma, a livello di programmazione di un progetto abilitativo/educativo, per favore, smettiamo di bluffare; il dibattito è fra coloro che vogliono e coloro che non vogliono l'integrazione che è, a mio avviso, mezzo e fine dell'abilitazione e dell'educazione.

La verità è che l'integrazione delle persone sorde, ma non solo delle persone sorde, tutti la vogliono a parole, ma in realtà pochi "vanno dai sordi" e molti "aspettano i sordi" come è dimostrato dal fatto che ci sono ancora molti Istituti che vivono o sopravvivono gestendo scuole speciali anche con pochissimi ragazzi in semi-interrato (di nome, ma spesso non di fatto in quanto, a causa della lontananza, praticamente nelle loro case i ragazzi ci dormono soltanto) o addirittura in internato.

Vogliono l'integrazione coloro che non si preoccupano degli effetti disastrosi dello sradicamento del bambino o del giovane sordo dalla famiglia e dal suo ambiente sociale e scolastico? A questo proposito mi sembra utile sottolineare che tali scuole speciali non sono solo private, ma anche statali e allora è credibile uno Stato che dice di volere l'integrazione dei sordi e dopo 20 anni dalla legge 517 non ha ancora "trasformato" le sue strutture speciali che addirittura a volte vengono proposte come modello?

E sempre a proposito di integrazione credo sia giusto fare alcune considerazioni sul problema degli interpreti.

A prescindere dalle mie perplessità circa la possibilità di tradurre compiutamente in lingua dei segni per la "povertà" la "rigidità" e il ridotto numero dei "vocaboli" che essa possiede rispetto alla lingua orale, la necessità dell'interprete si evidenzia quando un interlocutore non conosce la lingua dell'altro, quindi nel caso che il sordo sia sordomuto e conosca solo la lingua dei segni.

Certo di sordomuti ce ne sono ancora, purtroppo, ed è giustissimo che esista un servizio di interpretariato.

Penso tuttavia che sarebbe più logico, più semplice e più utile organizzare cosi di lingua orale per i sordomuti per permettere loro di acquisire una competenza comunicativa verbale sempre più adeguata e più funzionale alla vita di relazione. Non è assolutamente possibile imporre una lingua per legge e credo quindi inutile organizzare corsi per insegnare la lingua dei segni a tutti gli studenti e costringere di fatto i sordomuti ad avere necessità dell'interprete per tutta la vita.

Si sostiene che anche i sordi bilingui hanno bisogno dell'interprete per la partecipazione ai congressi, alle riunioni, ecc., ma se sono bilingui possono tranquillamente utilizzare la sottotitolazione e altri accorgimenti tecnici (maxischermo, lavagna luminosa, display dove sia inquadrato sempre il viso del parlante, videoscrittura, ecc..)o, più semplicemente... un posto riservato in prima fila!

Io dubito che siano veramente bilingui e ciò è confermato dal fatto che i sordi non traducono mai in lingua orale.

D'altra parte la vita dei sordi così come la vita della maggior parte delle persone non trascorre in congressi e riunioni, ma in famiglia, nel lavoro e nella società e non credo che sia possibile "portarsi dietro" sempre l'interprete, non solo per una questione di costi, ma soprattutto per rispettare la libertà e la privacy dell'individuo.

E poi perché gli udenti nel lavoro, negli affari, di fronte al giudice, agli esami, ecc. dovrebbero "fidarsi" dell'interprete del sordomuto e non pretendere anch'essi un interprete di fiducia?

Il servizio di interpretariato è giustamente un diritto del cittadino sordomuto e quindi non bilingue e lo Stato deve assolutamente provvedere e nel contempo chiedere al loro tramite un interprete di fiducia ( e non a coloro che con le protesi conversano al telefono o che sono diventati sordi profondi dopo l'apprendimento della lingua) se desiderano partecipare a corsi di lingua orale per adulti.

Io credo che tutti sceglierebbero questa strada e, comunque, sarebbe una loro scelta.

Io, evidentemente, non sono "progressista" e quindi non comprendo come operatori udenti possano affermare che i Sordi (con la S maiuscola) nella loro nazione potranno sviluppare valori tali da far "desiderare, forse un giorno meno lontano di quanto si possa credere, a qualche udente che il suo bambino nasca sordo" (Consolati).

Non capisco e lascio ai lettori giudicare. Sono invece molto interessato a riflettere sul fatto che esistono gruppi di sordomuti (pochi, ma attivi e ... attivati) che si dichiarano felici e orgogliosi di essere sordomuti, che considerano la riabilitazione un'aggressione al loro diritto di essere sordomuti, che respingono l'integrazione sociale ritenendola un genocidio culturale e un'assimilazione omologante, che ritengono che la sordità non sia un deficit in quanto il sordo deve essere considerato membro di una minoranza separata con una sua cultura, che non vogliono sentir parlare di protesizzazione e tanto meno di impianti cocleari, che sostengono che la riabilitazione la rieducazione non fanno altro che "strappare" il sordomuto alla sua comunità e costituiscono un furto del loro diritto naturale al silenzio, che ritengono di essere una vera e propria etnia con le proprie regole e i propri comportamenti.

Di fronte a queste affermazioni si rimane perplessi e sconcertati. La prima reazione sarebbe quella di dire che se si sentono un popolo con una loro lingua e una loro cultura perché si deve dare l'indennità di comunicazione a loro e non a tutte le altre minoranze?

Se non accettano la riabilitazione che può consentire l'apprendimento della lingua orale non possono poi pretendere l'interprete per tutta la vita, altrimenti perché a loro e non alle altre minoranze?

Ma non voglio e non posso permettermi di mancare di rispetto a questi sordomuti, alle loro emozioni e ai loro sentimenti.

Ho riflettuto molto per cercare di trovare una motivazione a questi atteggiamenti paradossali ed ho pensato che, forse, coloro che hanno vissuto per tanti anni negli Istituti separati dalla loro famiglia e dal loro ambiente così come coloro che hanno vissuto drammaticamente l'inserimento selvaggio, hanno maturato sentimenti di solitudine, di sfiducia nelle proprie possibilità, di apatia, di angoscia e di paura tali da rendere successivamente estremamente problematica la loro integrazione e, comprensibilmente, preferiscono ricercare o continuare a vivere nel gruppo di coloro che hanno vissuto la loro stessa esperienza. Ma, forse, anzi sicuramente, il problema è molto più complesso e non riguarda solo i sordi; potremmo avere la comunità dei ciechi, dei disabili motori, dei mancini...e, per quanto mi riguarda, dei bassi di statura, perché anche loro, ve lo assicuro, hanno una diversa percezione della realtà!

Tutto ciò probabilmente è dovuto alla mancanza di solidarietà, un valore che sembra non esistere più. Tutti noi e a maggior ragione coloro che hanno un deficit siamo portati a "chiuderci" nel privato, a "chiuderci" fra coloro che hanno i nostri stesso problemi probabilmente pensando di "difenderci" meglio. Penso che la rivendicazione di una cultura e di una comunità sorda sia un atteggiamento rabbioso dovuto alla solitudine e alla mancanza di solidarietà da parte della società. In questi ultimi 20/25 anni nel campo dell'abilitazione/educazione delle persone sorde tutto è cambiato.

Coloro (sordi o udenti) che non se ne sono accorti o fanno finta di non essersene accorti, coloro che non credono o fanno finta di non credere hanno, se in buona fede, l'opportunità di confrontarsi con tanti ragazzi e tanti giovani sordi che hanno "vissuto" l'oralismo (di oggi, non di ieri!) e l'integrazione (non l'inserimento!).

Se il confronto confermerà quanto da me sostenuto e affermato tutti insieme (è un'utopia pensare ad una grande, unica associazione?)dovremmo impegnarci perché quello che è stato ed è possibile per molti diventi possibile per tutti, dovremmo tutti insieme batterci per avere servizi di diagnosi e abilitazione efficienti su tutto il territorio nazionale e per ottenere tutto ciò che è necessario per frequentare utilmente la scuola di tutti, dovremmo tutti insieme batterci perché si investa maggiormente nella ricerca e nella disponibilità gratuita di tecnologie e di protesi sociali che possono dare un enorme contributo alla "libertà" della persona sorda.

Dovremmo batterci soprattutto perché non siano più necessarie e indispensabili iniziative "buoniste" che danno continuità alla cultura del pietismo, della compassione, del pregiudizio e quindi dell'emarginazione.

Certo, siamo sicuramente tutti d'accordo, uno Stato che non affronta e non risolve i problemi dei più deboli è uno Stato assente e in crisi di valori, ma è una denuncia che non porta molto lontano se genitori , persone sorde e associazioni non fanno una seria autocritica.

In un'indagine del 1992 abbiamo appreso che il 4,6% della popolazione pensa ancora che la persona sorda non debba avere diritto al voto.

Anche solo questo dato ci fa comprendere quanto sia negativa l'immagine della persona sorda.

Non sarà anche perché per ottenere "qualcosa" abbiamo sempre "sfruttato" l'immagine "sofferente" della persona sorda?

Non sarà anche perché per ottenere "qualcosa" abbiamo organizzato o permesso che si organizzassero queste partite di calcio, raccolte e quant'altro per i "poveri sordomuti"?

Non sarà anche perché abbiamo sempre cercato di difendere piccoli interessi, piccoli privilegi e piccole agevolazioni piuttosto che conquistare grandi diritti?

Sono solo provocazioni che vogliono sollecitare la discussione su un problema molto complesso, molto importante e, a mio avviso, decisivo per il futuro delle persone sorde e di tutte le persone con deficit.

E' certo comunque che con questi atteggiamenti la cultura non si cambia, così come non si cambia presentando qualche caso ritenuto, in positivo o in negativo, eccezionale, non si cambia con qualche buona azione, ma solo se tutti, tutti i giorni e in tutte le situazioni creeremo i presupposti culturali e materiali per vivere "normalmente" tutti insieme.

Non sono così ingenuo da pensare ad una società dove tutti sono "buoni" e "normali" e proprio per questo ritengo che il compito della società non sia quello di imporre un'assurda "normalizzazione", ma quello di offrire a tutti i suoi membri pari opportunità per sfruttare al massimo le proprie potenzialità e solo successivamente valorizzare le diversità come fattore dinamico di sviluppo sociale e culturale e di adattamento reciproco fra gruppi e individui che di volta in volta liberamente si formeranno e si sceglieranno.

Assistiamo attualmente ad un diffuso, esagerato ed ostentato "rispetto" delle diversità che favorisce la formazione di piccole aggregazioni di, comunque, diversi (ma chi sono gli uguali?).

Questa tendenza, a mio avviso, porta all'individualismo e all'emarginazione ed è, probabilmente, un alibi per non mettere a disposizione di tutti gli strumenti adeguati ed indispensabili per una reale integrazione in questo nostro villaggio globale.

Il primo giorno che andai a Barbiana da Don Milani ciò che più mi colpì in quella scuola semibuia, al piano terreno della canonica, con tavoli e sedie fatte dai ragazzi, fu un cartello attaccato ad una trave dove c'era scritto I CARE.

Nella nostra società manca ancora quel cartello e, diversamente da Barbiana, integrazione, uguaglianza, solidarietà e pari opportunità sono spesso, troppo spesso, solo parole.



Giuseppe Gitti
logopedista, docente universitario, Direttore del C.R.O. (Centro Rieducazione Ortofonica) di Firenze si occupa dal 1959 di problemi relativi alla sordità.