Associazione di volontariato Idra
iscritta al Registro Regionale del Volontariato della Toscana
per la promozione e la tutela del patrimonio ambientale e culturale
Via
Vittorio Emanuele II 135, 50134 FIRENZE; Tel. e fax 055.233.76.65; e-mail idrafir@tin.it
web http://associazioni.comune.firenze.it/idra/inizio.html; www.idra.dadacasa.supereva.it
n. 20 pagine (inclusa la presente)
Firenze, 12.10.’05
Al Presidente e ai Componenti della Commissione Consiliare N. 3 -
Territorio, urbanistica, infrastrutture e patrimonio
Al Presidente e ai Componenti del Consiglio Comunale
Ai partecipanti al Forum per il Piano Strutturale
COMUNE DI FIRENZE
OGGETTO: Trasmissione ai sensi della L. 241/90,
nell’ambito del procedimento attivato per l’approvazione del Piano Strutturale
del Comune di Firenze, delle proposte di emendamento alla bozza di documento di
sintesi degli incontri tematici al Forum cittadino elaborata
dall’Amministrazione comunale.
Gentile Assessore, gentili Presidenti e Consiglieri,
trasmettiamo in allegato alla presente entro il 12 ottobre, come
richiesto all’ultimo incontro del 6 ottobre scorso, le proposte di emendamento
alla bozza di documento di sintesi degli incontri tematici al Forum cittadino,
elaborata dall’Amministrazione comunale e consegnata alla riunione del
4.10.’05, nell’ambito del procedimento attivato per l’approvazione del Piano
Strutturale del Comune di Firenze.
Questo contributo
integra e sostituisce quello – necessariamente affrettato e incompleto – consegnato all’Amministrazione il 6 ottobre.
Le aree in cui sono
state da noi proposte modifiche (integrazioni, sostituzioni, cancellazioni o
trasposizioni di testo) sono evidenziate col grassetto. Ai punti interrogativi fra parentesi in grassetto [(???)] corrispondono passaggi o termini
che si richiede siano meglio chiariti.
Confermiamo la richiesta
che l’appuntamento del prossimo giovedì 13 ottobre al Convento delle ex
Leopoldine in Piazza Tasso rappresenti una ulteriore opportunità di discussione
del testo del documento, e che la presentazione della stesura finale sia
rinviata ad altra data.
Deploriamo che né il
nostro contributo né - presumiamo – quelli di altre componenti siano stati
fatti circolare nell’ambito del Forum, né siano stati pubblicati sullo spazio
web dell’Amministrazione ad esso dedicato. Chiediamo che almeno il
contributo che segue venga distribuito in copia ai partecipanti all’incontro di
domani 13 ottobre.
Constatiamo con
disappunto che neppure la memoria e le osservazioni depositate da Idra già il 26 settembre scorso
risultano pubblicate nella rubrica “Materiali” del Forum.
Prendiamo atto peraltro
con soddisfazione che è stata accolta lo scorso 6 ottobre dai rappresentanti
dell’Amministrazione la nostra richiesta che tutti i contributi scritti
prodotti nelle varie fasi del Forum da tutti i soggetti che vi hanno
partecipato vengano allegati al documento finale che verrà consegnato al
Consiglio comunale, alle Commissioni, ai Quartieri.
Il presidente
Girolamo
Dell’Olio
Comune di Firenze
Consiglio
Comunale – Commissione Urbanistica
Consigli
di Quartiere 1-2-3-4-5
Assessorato
alla Partecipazione democratica e Rapporti con i Quartieri
Assessorato
all’Urbanistica e Piano Strutturale
Forum
cittadino: sintesi degli incontri tematici
Proposte di emendamento
dell’Associazione di volontariato Idra
12.10.2005
[Le aree in cui sono state da noi proposte
modifiche (integrazioni, sostituzioni, cancellazioni o trasposizioni di testo)
sono evidenziate col grassetto. Ai
punti interrogativi fra parentesi in grassetto [(???)] corrispondono passaggi o termini che si richiede siano
meglio chiariti].
Questo
documento accompagna i documenti di quartiere e richiama i principali temi
generali affrontati nella fase cittadina, a conclusione del Forum sul Piano
Strutturale, che è stata un’esperienza svolta per la prima volta in modo
impegnativo ed esteso, anche se con
risultati assai modesti di partecipazione nella fase cittadina.
Gli
esiti degli incontri sono stati riorganizzati secondo i principali filoni di
discussione, sintetizzando le questioni emerse, ma anche raccogliendo le
visioni diverse che si sono espresse, per rappresentare prima di tutto il
dibattito, oltre ogni valutazione di merito.
Insieme
ai cinque documenti di quartiere, sulla cui
rispondenza ai contenuti del dibattito effettivamente svolto sono state
manifestate riserve da molti partecipanti alla fase cittadina, questo testo
sarà trasmesso all’Amministrazione comunale e in particolare alla Commissione
Urbanistica del Consiglio Comunale, affinché ne vengano affrontati i contenuti
trattati, in vista dell’approvazione del Piano Strutturale.
Partecipazione e governo del territorio
Il Piano prevede in linea teorica, nella stesura adottata, di
valorizzare, anche a seguito dell’esperienza del forum, forme di interazione
tra cittadini e amministrazione nella
formulazione e nella gestione del Piano stesso, sollecitando la proposizione di strumenti per la costruzione del
Regolamento urbanistico e individuando
un organismo di controllo/monitoraggio, la Conferenza permanente per il Piano
Strutturale.
E’ stata denunciata da più parti, tuttavia, l’assenza di un quadro certo
di garanzie dell’efficacia e del peso specifico delle proposte formulate dalla
popolazione. E’ stato fatto notare inoltre che manca un sistema partecipato di
regole del percorso adottato (quelle definite dall’Amministrazione sono state
peraltro in più casi disattese). Manca persino un regolamento comunale nel
quale, dopo la creazione di un assessorato alla Partecipazione, siano indicati
premesse, attori, casi di applicazione, esiti del procedimento e compiti degli
organismi cui è affidata la partecipazione. Non è stato redatto inoltre alcun
verbale, sia pure per riassunto controfirmato dai responsabili del procedimento
e quanto meno da un rappresentante degli intervenuti. Non è stato osservato il
diritto/dovere alla trasparenza e alla circolazione dei contributi elaborati
dai cittadini durante il percorso, mai distribuiti agli intervenuti e in alcuni
casi mai pubblicati - o soltanto con grande ritardo - sul sito web del Forum,
in ossequio a criteri di discrezionalità che non erano stati annunciati come
caratteristica del percorso. Non è ancora chiaro se almeno i documenti
consegnati dai cittadini, presentati in forma scritta e in veste formale,
faranno parte integrante degli elaborati del Forum che verranno trasmessi per
competenza al Consiglio comunale, ai Consigli di Quartiere, alle Commissioni. I
documenti di sintesi prodotti dai responsabili del Forum senza accogliere la
proposta di contributo a redigerli avanzata dai cittadini hanno lasciato
peraltro parecchie componenti insoddisfatte, in quanto non sono state viste
rappresentate molte delle esigenze e delle valutazioni pubblicamente espresse,
o sono state assemblate in insiemi eterogenei difficilmente leggibili. Anche il
Forum web sugli incontri tematici della fase cittadina ha fatto registrare un
totale insuccesso: i soggetti che vi hanno scritto propri contributi sono
arrivati a raggiungere al massimo il numero di due unità.
Nel merito del testo del Piano, è
stata rilevata e criticata l’assenza di indicazioni di fondo sull’idea di città
che il Piano persegue, con petizioni di principio contraddette dal senso e dal
segno degli interventi proposti. E’
stato generalmente condiviso il principio che per avviare una chiara discussione sul Piano serve invece preliminarmente far emergere con esempi concreti l’idea di città che
l’Amministrazione persegue, quale sia il modello di sviluppo che la muove,
quale prospettiva la può contenere, come base di partenza per un dibattito
aperto ad un coinvolgimento della cittadinanza attiva che sviluppi visioni più
ampie e sofisticate sul piano culturale
su cosa deve essere la città.
Il
contributo della partecipazione sta infatti nella discussione sulle linee di
indirizzo generali e sugli assi portanti da un lato, e nella
valorizzazione delle risorse e sensibilità presenti nel territorio dall’altro,
lasciando che le soluzioni specifiche siano sviluppate entro tali coordinate dagli amministratori. Vanno fatti capire e
“vedere” percorsi e obiettivi, come si arriva a fare le scelte, dove si va a
finire, qual è il disegno finale, non necessariamente cosa si fa ma soprattutto
perché. Servono infatti nuovi processi, nel rapporto cittadino/istituzioni, e
non necessariamente nuovi prodotti, quali nuovi organismi rappresentativi di
questo rapporto.
Una importante considerazione
riguarda il ruolo della partecipazione nel promuovere processi decisionali
condivisi. Le pratiche partecipative efficaci realizzano l’arricchimento di un
percorso decisionale non riconducibile solo agli eletti. Il nuovo scenario proposto è piuttosto quello di
governare con “consenso costante”, data l’insufficienza della delega elettiva
per l’intero mandato, e questo presuppone un livello alto e continuo di
rapporto tra elettori ed eletti/decisori, corretto e trasparente, per
recuperare quella “corresponsabilità” tra politica e cittadinanza, oggi in
crisi con la perdita di quel radicamento dei partiti nel territorio che tradizionalmente esprimeva il primo livello di partecipazione democratica alla vita
cittadina.
Nuove
forme di rappresentanza sono anche le voci dei cittadini sui giornali locali,
di quartiere, sul web per poter interagire politicamente con i decisori.
Un
obbiettivo, nell’affiancamento ai percorsi decisionali ordinari di quelli
partecipativi, è l’attivazione di un processo cosiddetto “protagonico” che
definisce regole chiare e che affida alla partecipazione quote specifiche di
“potere reale”, da esprimere in atti formali e concreti, dove diventa centrale
il rapporto tra valore delle scelte e rappresentanza partecipativa, sia sul
piano delle azioni che su quello dei bilanci.
Soprattutto
infine la cittadinanza attiva esprime rappresentatività sul piano delle idee: alla sua progettualità va assicurato un
riconoscimento specifico.
Solo attraverso l’istituzione di
Quartieri dotati di poteri effettivi, di risorse congrue e di dimensioni
adeguate al ruolo di informare i cittadini, di registrarne le esigenze, di
promuoverne la progettualità, l’attuazione del decentramento può rappresentare
una forma partecipativa istituzionale.
Vanno
inoltre riqualificati gli strumenti già formalizzati di interazione tra
cittadini e istituzione come le commissioni edilizia, urbanistica e integrata,
e vanno tutelate ed estese le
prerogative delle consulte comunali.
Ancor
più significativa deve essere
l’apertura verso le città che le commissioni consiliari comunali e di quartiere
devono dimostrare, attraverso pratiche
di trasparenza e coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni che ne
incentivino la presenza ai propri lavori, per interagire più compiutamente
con le realtà presenti sul territorio.
Va
inoltre promossa la trasparenza degli
atti e semplificata l’accessibilità, anche attraverso lo stanziamento di
risorse che permettano l’individuazione e la frequentazione di sedi locali
decentrate che stimolino e propizino la consultazione.
Secondo talune indicazioni, il ruolo della partecipazione al
Piano Strutturale è limitato sostanzialmente
al monitoraggio, secondo non meglio definite modalità di “controllo dal basso”,
dell’attuazione del Piano nel corso del tempo attraverso le varie pianificazioni che da esso si svilupperanno sui
vari livelli, da quello urbanistico a quello ambientale, da quello culturale a
quello sociale, sino ai servizi. In tale
contesto, accentrare le decisioni e decentrare il controllo quindi può
avere come esito politico lo schema di uno strumento partecipativo di sostegno
al Piano Strutturale. Va comunque preliminarmente approfondito il quadro dei
poteri della Conferenza permanente (e degli altri strumenti) per sostanziare la
discussione. Secondo coloro che hanno
condiviso questo tipo di impostazione, strumenti diversi vanno orientati
alle scale adeguate: la Conferenza permanente cittadina potrà occuparsi delle
grandi questioni, mentre i laboratori di quartiere, nel quadro del
decentramento, potranno essere i punti di riferimento per le scelte locali.
Tutt’altro tipo di indicazioni è
emerso da numerosi altri interventi, in più casi largamente maggioritari, che
individuano nel Piano proposto lacune e incongruenze gravi, scenari urbanistici
inquietanti e scelte profondamente non condivise per la concezione di città e
per il modello di convivenza che le sottendono. Secondo questa ampia componente
di cittadini si rende pertanto necessaria una riscrittura del Piano, questa sì
partecipata, che assicuri alla programmazione delle linee di sviluppo del
futuro della città di Firenze la dignità di un processo effettivamente
democratico. Sono stati in parecchi a sottolineare che il percorso proposto dal
Forum, con le sue bardature organizzative e comunicative, non ha creato le
condizioni per una partecipazione democratica. Infatti partecipare richiede
informazione e consapevolezza, per superare la difficoltà del cittadino
nell’inserirsi con pari dignità in un processo decisionale con altri soggetti.
La questione del linguaggio è quindi preliminare per la partecipazione. Un
processo partecipativo richiede un linguaggio adeguato ai partecipanti, forme
efficaci di interazione, rappresentazione delle divergenze, per poter
contribuire in maniera garantita con regole concordate preliminarmente:
condizioni queste che non si sono realizzate che assai parzialmente nel
percorso attivato. I contesti in cui promuovere spazi partecipativi sono invece
importanti per il tipo e la qualità della discussione, e richiedono adeguate
“tecnologie di rapporto”: se ai cittadini viene affidato di proporre linee
guida per la tutela o la modifica degli assetti ambientali, infrastrutturali,
urbani, è necessario assicurare loro preliminarmente accesso ai dati che definiscono questi insiemi, attraverso un’informazione, piena, concreta e interattiva, e garantire condizioni
che traducano l’informazione in comunicazione, cioè in quel
patrimonio comune col quale diventi possibile a tutti operare. Le forme di discussione vanno integrate primariamente
dall’informazione puntuale e diffusa, attraverso luoghi attrezzati in maniera
permanente con assistenti di aiuto alla comprensione dei materiali tecnici per
la discussione, anche coinvolgendo il tessuto associativo più attrezzato sul
piano conoscitivo. Decisive risultano anche, nella
conduzione di un Forum, le forme di
facilitazione e le garanzie di
trasferimento trasparente del dibattito: in questo senso i comunicati stampa
che l’assessorato alla Partecipazione ha prodotto sull’argomento del Forum non
hanno sollevato quell’attenzione mediatica (rivelatasi pressoché assente negli
incontri programmati) il cui ruolo sarebbe stato decisivo nel trasferire ai
cittadini informazione e contenuti del dibattito, né hanno dato conto della
ricchezza e della complessità delle elaborazioni critiche e costruttive
prodotte dai cittadini singoli e associati.
E’ stato inoltre sollecitato un
ruolo nuovo della rete civica web, alla quale si richiede di integrare - come
agorà telematica - la comunicazione istituzionale con le risorse informative e
gli stimoli alla discussione provenienti dagli altri soggetti che producono
informazione sui temi della città. Sarà comunque indispensabile non limitarsi a
costruire solo canali tecnologici avanzati non accessibili da tutti i
cittadini, ma garantire visibilità e udienza ai cittadini anche attraverso
tutte le altre forme tradizionali di comunicazione, ivi compresi gli strumenti
e i mass-media già a disposizione dell’Amministrazione comunale (ufficio
stampa, periodici cittadini e di quartiere, ecc.).
Oltre che nella fase della
programmazione, la partecipazione è considerata essenziale anche nella fase attuativa degli interventi, che si tratti dello sviluppo di
provvedimenti condivisi sulla mobilità oppure delle scelte per la fruizione
pubblica della cultura; la partecipazione dei cittadini può esercitarsi infatti
con grande efficacia e utilità in tutti quei casi in cui si costituiscono
emergenze o si registrano ricadute dirette sulla vita quotidiana.
L’esperienza
del forum territoriale per aree, più vicino ai cittadini, suggerisce l’ipotesi
di rendere permanenti gli spazi di discussione, facendo delle Utoe gli ambiti
periferici da rappresentare insieme nella Conferenza permanente cittadina, per
ottenere uno spettro ampio e significativo delle articolazioni del territorio e
delle sensibilità della cittadinanza.
Una
proposta specifica, avanzata nel corso del forum, prevede di rappresentare ogni
Utoe da associazioni, cittadini e rappresentanze politiche del territorio, da
attivare verso l’alto in un tavolo permanente cittadino (la Conferenza
permanente) e verso il basso in assemblee periodiche di Utoe.
E’ stato segnalato che i maggiori
rischi di perdita di coerenza delle decisioni si verificano spesso nel livello
tecnico di attuazione: va mantenuta perciò continuità nell’accesso
all’informazione e nell’esercizio del diritto di intervento della cittadinanza, coinvolgendo i tecnici anche nelle
valutazioni di indirizzo, e in ogni caso con un adeguamento organizzativo,
tecnico e culturale della macchina comunale che permetta una maggiore
flessibilità e linearità di azione rispetto alle decisioni prese.
La disaffezione dimostrata dalla
cittadinanza nei confronti del Forum, spia della poca credibilità dei percorsi
nominalmente partecipativi quando vengano gestiti in modo non effettivamente
partecipato, si è innescata e si innesca spesso per la debolezza o totale
assenza dell’informazione, che lascia spazio ai dubbi sui reali obbiettivi
degli interventi urbanistici programmati e approvati, per le richieste di
chiarimento inevase, per le risposte inadeguate o semplicemente assenti, per la
poca o nulla trasparenza nelle modalità di attuazione delle decisioni, ma
soprattutto per la poca chiarezza circa le garanzie sugli esiti dei processi
partecipativi stessi.
Destano preoccupazione le stesse
trasformazioni urbane in continuo sviluppo, nonostante le mobilitazioni spesso
senza esito che a loro volta innescano frustrazione civile e rassegnazione di
fatto per la impossibilità di incidere nei processi.
Strumenti
permanenti, formalmente normati, permetterebbero
invece di costruire un meccanismo di fiducia reciproca.
C’è una richiesta specifica di
formalizzare percorsi e strumenti di partecipazione, di trasformare esperienze
sperimentali quali il forum opportunamente riveduto e corretto nella
metodologia e nei contenuti in strumenti permanenti, da inserire in norme e statuti
e da calibrare sulle tematiche e sulle scale di intervento.
Esperienze europee di tipo
partecipativo come LUDA a Peretola, è stato osservato da qualcuno, possono
fornire indicazioni per esperimenti sul piano procedurale e formale che
consentano di affrontare insieme questioni specifiche.
Istituzionalizzare la partecipazione
dev’essere comunque, è stato chiarito, parte di un processo di garanzia,
considerando che il percorso partecipativo “informale” adottato, assai più
simile in realtà a una consultazione, offre sì l’occasione per un dibattito
diffuso manifestando la disponibilità all’ascolto ampio da parte
dell’Amministrazione, ma conserva il limite fondamentale di non poterne garantire gli esiti.
La
valutazione dell’efficacia del processo partecipativo rimane dunque un passaggio ineludibile del
processo stesso, da programmare e strutturare per promuovere correttivi
adeguati o nuove strategie.
A
tutti i livelli, infine, i modelli informativi, consultivi, partecipativi e di
denuncia praticabili sono comunque da integrare all’interno di
spazi e modalità adeguati di interazione per arricchire i percorsi decisionali
pubblici allargando al massimo i contenuti sul piano del dibattito.
In
generale vanno inoltre delimitati i termini della discussione, al pari della
definizione delle regole di confronto, e va
fatta chiarezza, nel recepire i risultati delle discussioni, su dove inizia
il mandato degli amministratori e dove finisce la partecipazione dei cittadini,
con l’assunzione di responsabilità nelle scelte da parte degli eletti.
Numerose componenti del Forum, in
più occasioni maggioritarie, hanno chiesto – già solo sulla scorta delle
osservazioni di metodo prodotte – che il percorso del Piano Strutturale venga
riavviato in condizioni di effettiva partecipazione, sia pure nei tempi
contenuti che obiettivamente l’urgenza delle circostanze e la tempistica delle
scelte impongono. E’ stato proposto in questo senso che l’Amministrazione
riscriva sin dall’inizio le regole del Forum insieme ai cittadini, dopo un’adeguata
campagna di informazione alla quale i cittadini stessi, singoli e associati,
possano concretamente contribuire.
Il percorso del Forum per il Piano
Strutturale, presentato come un elemento di partecipazione dei cittadini al
procedimento amministrativo che determinerà l’efficacia del Piano Strutturale
stesso e del successivo Regolamento urbanistico, ha sollevato infatti molti
dubbi da un punto di vista sia formale che sostanziale. Per quanto concerne i
contenuti e gli obiettivi delle serate del Forum cittadino che ha fatto seguito
alle assemblee di Quartiere e alle assemblee delle UTOE, non è stato possibile
inoltre ravvisare in essi alcun segno di collegamento operativo con la fase
precedente. Nell’organizzazione delle serate del Forum cittadino, infine, è
parso a parecchi eccessivo e non congruente con le aspettative che lo stesso
termine forum desta il peso specifico
dedicato agli interventi introduttivi svolti per conto dell’Amministrazione
comunale: il dibattito, confinato alla seconda serata, ne è rimasto fortemente
limitato.
L’inefficacia del percorso adottato
è apparso ad alcune componenti tanto più criticabile quando si consideri che,
nel frattempo, nessuna assemblea informativa è stata tenuta in città su
cantierizzazioni pesanti già da tempo in corso (che stanno di fatto saturando e
“novolizzando” l’intera città, e dei quali si ha notizia solo con l’arrivo
delle ruspe) o in via di allestimento. E’ stato documentato il caso della
richiesta del cronogramma per la cantierizzazione dell’Alta Velocità a Firenze:
a un’istanza formalizzata nel gennaio 2004 e riproposta al più volte dal
Difensore civico del Comune il sindaco – che pure annuncia periodicamente
attraverso comunicati stampa via via nuove date di previsto termine dei lavori
– non ha mai fornito la documentazione ufficiale sui tempi della
cantierizzazione AV, come attesta anche la relazione del Difensore civico al
Consiglio comunale sulle attività svolte nell’anno 2004.
E’ stato quindi chiesto a più riprese che i responsabili del
procedimento legato al Forum per il Piano Strutturale scrivano esplicitamente,
nelle conclusioni da presentare al Consiglio Comunale di Firenze, ai Quartieri
e alle Commissioni, che – nella seconda fase, quando dovevano essere tirate le
fila del lavoro svolto nelle UTOE e nei Quartieri - i cittadini non hanno
partecipato al Forum che in misura del tutto irrisoria, e che dunque qualsiasi
decisione venga assunta in queste condizioni sul Piano Strutturale non potrà
essere considerata come una scelta né partecipata né condivisa.
Il sistema della mobilità
La
mobilità dei cittadini e delle merci è uno degli aspetti più rilevanti, ma
anche più complessi della realtà urbana. Essa
impone la realizzazione di un modello in grado di coniugare il diritto alla mobilità
con la tutela dell’ambiente e della salute, anche attraverso strategie di
carattere organizzativo e localizzazione urbanistica che permettano di
prevenire gli spostamenti evitabili e indesiderati (avvicinando ad esempio
luoghi di residenza e di lavoro, luoghi di produzione e di consumo, e
assicurando la presenza di tutti i servizi essenziali nell’ambito delle unità
territoriali elementari).
Va perseguita una precisa gerarchia
di interventi che conferisca il dovuto rilievo e la indispensabile dignità e
efficienza al trasporto pubblico locale, permetta ai cittadini di limitare
l’uso di mezzi privati e promuova la mobilità elementare, attraverso politiche
adeguate.
Il
Piano Strutturale deve definire una visione unitaria del territorio, in grado
di legare il sistema della mobilità con la distribuzione delle funzioni,
assicurando collegamenti pubblici soddisfacenti a tutte le attività e alleggerendo l’impatto delle infrastrutture
maggiormente attrattive.
Il
servizio pubblico, costituito dal trasposto su ferro e da quello su gomma, deve
essere reso efficiente, capillare, frequente, puntuale, esteso nell’arco dell’intera giornata, economico, intermodale, decente
e gradevole. Esso deve cioè diventare competitivo e conveniente rispetto al
trasporto privato. Solo in questo modo sarà possibile innalzarne l’utenza.
La
dimensione su cui elaborare una pianificazione efficace è quanto meno
metropolitana, visto l’elevato numero di spostamenti che si dispiegano nella
fascia centrale della Toscana e che in gran parte interessano il capoluogo
regionale. E’ necessario proporre un’offerta di mobilità pubblica soddisfacente
e conveniente rivolta ai pendolari che attraversano o raggiungono la città
dall’esterno, potendo così ridurre il ricorso ai mezzi di spostamento privati.
Un argomento così complesso deve essere affrontato con una regia unitaria di
tutta l’area, per la quale potrebbe essere utile l’istituzione di un’Agenzia
metropolitana per la mobilità, con funzioni di indirizzo e di coordinamento.
Il
sistema di trasporto pubblico locale metropolitano deve perseguire un’alta
integrazione tra le diverse modalità, su ferro e su gomma, deve essere
affiancato da infrastrutture di servizio funzionali, come i parcheggi
scambiatori o l’affitto di biciclette, deve prevedere collegamenti con il
sistema della mobilità elementare. Anche nella gestione è utile applicare il
principio dell’intermodalità, attraverso una bigliettazione unica, che riunisca
il treno, la tramvia, l’autobus, il
pullman extra-urbano, per estendersi fino alla locazione di mezzi ecologici
e all’utilizzo dei parcheggi nelle zone di origine dei flussi di traffico.
L’asse principale su cui
riorganizzare la mobilità è quello ferroviario metropolitano, oggi inadeguato e
insoddisfacente nonostante la presenza di strutture e infrastrutture che
vengono invece abbandonate o impedite nell’esercizio da utilizzazioni estranee
al servizio ferroviario, da interventi edilizi che ne occupano
irreversibilmente le aree, da infrastrutture per il trasporto su gomma
alternative e concorrenti, fin nel centro storico della città (come nel caso
dell’area ferroviaria di Porta al Prato). Secondo i cittadini intervenuti,
vanno realizzati o riaperti all’uso ferroviario binari, stazioni e fermate,
garantendo un servizio ramificato sull’intero territorio. L’aggiunta di binari
per brevi tratte, la messa in rete di fermate e stazioni, la riorganizzazione
consentirebbe un elevato incremento della capacità di trasporto su ferro
nell’area fiorentina. In altri casi vanno attivate nuove linee utilizzando la
rete esistente, come nel caso del Chianti. Talvolta invece si tratta di
potenziare il servizio già in atto, ma scarsamente rispondente ai bisogni
effetti dei cittadini, come nel caso della Faentina. L’intera organizzazione
dell’esercizio sulla rete ferroviaria metropolitana fiorentina di superficie
può essere rivisitata e trasformarlo in un servizio ferroviario metropolitano
leggero efficiente collegato alle direttrici del Valdarno superiore e
inferiore, del Mugello, del pistoiese e del senese.
D’altra parte le infrastrutture
ferroviarie devono essere dotate dei supporti necessari, dalle biglietterie, ai
parcheggi, alle piste ciclabili. I vettori utilizzati devono essere adeguati
alla quantità e alla qualità della domanda e garantire sicurezza e comodità, a
differenza di quello che accade oggi. La rete ferroviaria deve risultare
nell’area urbana permeabile alla mobilità elementare, ma vanno salvaguardate le
oasi di tranquillità legate – in numerosi luoghi interessati dalla presenza
della ferrovia – all’assenza ormai storica di infrastrutture viarie e dunque
del disagio e dell’inquinamento legati al traffico motorizzato.
La realizzazione del progetto
Italferr SpA di Alta Velocità ferroviaria, invece, con due tunnel di otto km
fra Campo di Marte e Castello, uno scavalco a tre piani fra Rifredi e Castello
davanti alla fascia pedecollinare occupata dal sistema delle ville storiche, un
corridoio attrezzato a dispetto degli accordi sottoscritti divenuto bimodale
(sarà percorso da treni diesel e camion di cantiere, dunque) fra Firenze Nova e
Viale Belfiore, e una stazione sotterranea nei pressi del letto del torrente
Mugnone, il cui corso dovrà essere di conseguenza messo in sicurezza con
ulteriori impatti sulla viabilità e sulla vivibilità cittadina (oltre che sulle
finanze locali), preannuncia ricadute critiche elevate sul territorio, sia
nella lunghissima stagione dei lavori necessari alla sua realizzazione (e dei
tanti altri lavori ad essa connessi, compresi i necessari spostamenti dei
sottoservizi, peraltro finanziariamente a carico del Comune di Firenze). Vi
sono pericoli per l’impatto idrogeologico, per la sicurezza e la stabilità del
patrimonio edilizio privato e pubblico, recente e storico, che giace sulla
verticale e nella fascia di influenza degli otto km di tunnel, per
l’inquinamento atmosferico e acustico prodotto dai cantieri e dalla
movimentazione dei materiali di scavo e da costruzione, in una contesto urbano
molto delicato e già gravemente deficitario in termini di salubrità ambientale.
Inoltre vi è un problema relativo al rispetto dei tempi previsti, sui quali non
è risultato possibile avere dati ufficiali dall’Amministrazione comunale, e
all’impatto ambientale anche extraurbano del trasporto dei materiali da
costruzione e di risulta, che avverrà rispettivamente da luoghi di origine e
verso luoghi di destinazione tuttora sconosciuti (salvo per la quota –
irrisoria - dei materiali di scavo dello scavalco AV di Castello), senza alcuna
preventiva valutazione di impatto ambientale, sanitario, sociale e
trasportistico, e comunque anche su
gomma e non soltanto su rotaia, come ci si era invece impegnati a fare al
momento dell’approvazione del progetto nel marzo ‘99. La stessa ARPAT segnala,
in un parere sull’Alta Velocità che considera i risultati dell’impatto globale
delle cantierizzazioni in programma a Firenze, che “non emerge una valutazione
d’area, complessiva e coordinata, degli impatti generati dalla somma delle
interferenze dovute all’insieme delle numerose opere, in realizzazione o da
realizzare, che negli anni a venire interesseranno più o meno direttamente il
tessuto urbano fiorentino”.
Particolarmente preoccupante risulta, in un siffatto contesto, il mancato
finanziamento a oggi persino della fase di avvio del “Progetto per la
sorveglianza dell’impatto sulla salute della popolazione residente” redatto nel
giugno 200 dall’ASL 10, e della successiva “Proposta di monitoraggio ambienta
sanitario dei cantieri della grandi infrastrutture di trasporto pubblico”,
formulata unitariamente nel gennaio 2001 dall’ASL 10 e dall’ARPAT.
Alla rete ferroviaria si affianca
secondo le intenzioni dell’Amministrazione la rete di trasporto urbano su
rotaia attraverso la realizzazione della Tranvia, delle cui tre linee
progettate due sono in via di esecuzione. Con alcune importanti eccezioni, di
parere nettamente contrario, che hanno evidenziato l’incongruenza di un
tracciato che penetra e stravolge il parco vincolato delle Cascine quando già
esiste – a poche decine di metri – un binario ferroviario inutilizzato (che collega
Porta al Prato con la linea ferroviaria verso Pisa), l’orientamento prevalente
ha espresso una valutazione positiva, evidenziando tuttavia alcuni problemi che
devono essere affrontati e risolti. Il primo riguarda i tracciati, per i quali
va verificata la compatibilità con il tessuto territoriale esistente. Si
ritiene inoltre che vi siano alcune zone che devono essere raggiunte per
garantire un servizio effettivamente efficace: tra queste ci sono gli ospedali
di Ponte a Niccheri e di Torregalli, la zona di Campo di Marte, quella del
Guarlone e quella del Gignoro. La Tranvia, intesa come mezzo di trasporto
ecologico, dovrebbe garantire anche il raggiungimento delle principali aree
verdi come gli ANPIL.
Nel
fase di realizzazione, in cui i cantieri generano problemi significativi sia
per i residenti che per le attività economiche, è stato rilevato che i cittadini devono essere informati e
coinvolti attraverso interventi che assicurino la trasparenza e la
partecipazione. Inoltre vanno adottate tutte le misure necessarie per ridurre
l’impatto negativo dei lavori.
Quando
la tranvia sarà a regime vanno ripristinati gli alberi tagliati, vanno
recuperati spazi per il parcheggio dei residenti e va impedito che la Tranvia
diventi un’ulteriore barriera che separa
il territorio.
La
terza modalità che caratterizza il trasporto pubblico è quella su gomma,
attraverso le linee servite da autobus e
pullman, sia per gli spostamenti interni alla cintura urbana, sia per
quelli di carattere regionale. Il trasporto urbano su gomma oggi non risponde
in modo adeguato alle esigenze dei cittadini perché non dà garanzie sui tempi di attesa, spesso troppo lunghi e incerti, è troppo lento e spesso impone
percorsi tortuosi, soprattutto nei collegamenti tra aree periferiche, o è
soggetto a frequenti e improvvisi cambiamenti di itinerario legati alla
proliferazione delle cantierizzazioni, copre poco o per nulla determinate fasce
orarie, eventi di grande richiamo, esigenze di intermodalità. Il servizio
urbano ha inoltre una struttura centripeta che penalizza gli spostamenti in
città non diretti verso il centro storico.
Il
trasporto pubblico su gomma deve essere significativamente potenziato e
riorganizzato, per diventare economico, veloce, frequente, puntuale e
capillare. La flotta viaggiante deve progressivamente essere composta solo da
mezzi ecologici. Inoltre dovrebbe essere rafforzato il servizio notturno, che
oggi non è in alcun modo un’alternativa valida al mezzo privato. Come già
avviene in altre città, le corse tradizionali di alcune linee potrebbero essere
affiancate da altre più rapide che effettuano solo alcune fermate.
Un’attenzione
particolare va rivolta alle zone che non saranno servite dalla Tranvia, come il
Quartiere 3.
Uno degli
interventi più importanti da attuare per migliorare il servizio offerto è la
progettazione di una rete ramificata di corsie protette su tutto il territorio,
lungo le principali direttrici di spostamento.
Una
forma di trasporto oggi ignorata e che invece potrebbe diventare
un’interessante opportunità per il futuro
– ha rilevato un’associazione - è rappresentata dall’uso dei corsi fluviali, a
partire dall’Arno (???), in cui sperimentare forme di trasporto via acqua, da
inserire nel sistema della mobilità.
Insieme
alla mobilità pubblica va sostenuta la mobilità elementare ciclo-pedonale,
attraverso infrastrutture e misure appropriate. La situazione attuale è
insoddisfacente sia per la carenze di percorsi dedicati sia per il cattivo
stato di quelli esistenti, in particolare per
quanto riguarda la manutenzione, la sicurezza, la segnaletica e i controlli.
Anche
sulla base delle proposte elaborate dall’associazionismo, è urgente definire in un modo concretamente partecipato un
sistema metropolitano integrato di percorsi
ciclabili e pedonali, per permettere spostamenti in sicurezza sia all’interno
dei vari quartieri, sia lungo le principali direttrici. A questa rete dovrà
affiancarsi un piano per la sosta delle biciclette a cui riservare almeno il 10 per cento della superficie
destinata ai parcheggi. E’ inoltre utile
correggere i regolamenti comunali per permettere la sosta delle biciclette
anche dove oggi non è prevista (???). Vanno promosse le greenway (???)
ciclopedonali su scala metropolitana. Il Piano Strutturale può inoltre
contemplare i percorsi previsti dell’area fiorentina per la realizzazione di
una rete ciclabile europea.
Per migliorare la qualità della vita
e la socialità, oltre ad un reale controllo della ZTL e alla diffusione delle ZCS,
è utile promuovere la pedonalizzazione di piazze e strade in tutta la città,
con collegamenti ecologici. Inoltre è importante assicurare un pieno uso dei
marciapiedi, ampliandoli dove necessario, soprattutto nel centro storico, anche
ove questo comporti la riduzione di posti per il parcheggio degli autoveicoli.
Utile è inoltre la riduzione della velocità su alcune strade di scorrimento
particolarmente abitate. Per il raggiungimento di ciascuno di questi obiettivi
è necessario investire comunque in adeguata capacità di controllo. Secondo alcuni intervenuti, in
taluni casi possono essere previsti sottoattraversamenti per il traffico,
liberando così gli spazi in superficie.
Vanno create le condizioni oggettive
perché il trasporto privato, congestionato e congestionante, possa essere
naturalmente e drasticamente ridotto, attraverso misure positive ed efficaci di
politica del trasporto pubblico piuttosto che attraverso misure restrittive,
punitive, pseudo-ambientaliste e demagogiche, che concorrono piuttosto a
rendere indesiderabile la residenza a Firenze e ad accrescere l’esodo delle
fasce più deboli dalla città.
Una delle cause della congestione è
il traffico motorizzato pendolare, che si riversa in particolare – ma non solo
- nelle aree di confine (???) e che dovrebbe essere prevenuto all’origine, a
mezzo di un efficiente trasporto pubblico. La limitazione degli spostamenti
all’origine dei flussi è importante anche per scongiurare quanto oggi avviene,
e cioè lo spostamento dei flussi di traffico dal centro, interdetto
all’accesso, verso la periferia della città consolidata, con un evidente
peggioramento della qualità della vita nelle zone coinvolte. I flussi di
attraversamento inoltre dovrebbero essere separati dai flussi locali,
utilizzando al meglio le opportunità offerte dalla riorganizzazione del
servizio ferroviario. La stessa Terza corsia autostradale non appare in alcun
modo risolutiva, nella misura in cui accresce insieme all’offerta anche la
domanda di trasporto su gomma, mentre ha ricadute negative sul territorio, come
per esempio nella zona di via del Montrone.
Il
traffico poi è una delle principali cause di inquinamento, sia atmosferico che
acustico.
Accanto alla riduzione della
mobilità privata su gomma la riqualificazione della città richiede la
liberazione degli spazi urbani dai veicoli, per restituirli alla socialità. In
tal senso l’aumento o l’ampliamento delle infrastrutture per la mobilità
privata motorizzata (tonnellate di asfalto e cemento che
continuano a colare sotto l’ombrello TAV fino a ridosso del centro storico in
forma di rampe, soprelevate, sottopassi, nuove corsie stradali, parcheggi
automobilistici), invece di fluidificare il traffico
rischia di aumentarlo ulteriormente.
Tutte le zone della città sono
investite dalla congestione del traffico che appare come uno dei principali
problemi della vita urbana. Ci sono tuttavia alcuni casi particolarmente gravi,
come emerge nei documenti di quartiere.
Una
ipotesi contenuta nel Piano Strutturale che è stata affrontata è quella della
Circonvallazione Nord. La maggioranza dei partecipanti al Forum che sono
intervenuti hanno espresso un orientamento nettamente
contrario per l’impatto negativo che avrebbe sull’area collinare, patrimonio di
grande pregio ambientale e culturale, perché non risolverebbe i problemi del
traffico di attraversamento, perché indurrebbe un ulteriore incremento dell’uso
del mezzo privato e perché risulterebbe in contraddizione con il potenziamento
del trasporto pubblico.
Le posizioni a favore segnalano che
essa permetterebbe la creazione di un sistema viario compiuto e che alleggerirebbe i viali di
circonvallazione. In ogni caso, segnalano coloro che sposano questo progetto,
essa dovrebbe essere separata dal traffico locale, dovrebbe escludere uscite
intermedie, dovrebbe essere collegata allo svincolo di Varlungo e la sua attuazione dovrebbe dipendere
dall’esito di studi rigorosi sulle conseguenze ambientali, idrogeologiche e sanitarie.
La posizione prevalente ritiene che
dovrebbe essere definita come invariante programmatica nel Piano Strutturale la
riduzione del traffico sui viali ottocenteschi e non la nuova Circonvallazione
Nord. Più in generale si fa osservare che il Piano Strutturale, pur affermando
a parole il primato del trasporto pubblico in particolare su ferro, non ne fa
sempre discendere scelte coerenti e investe di fatto troppo su quello privato.
Inoltre anche gli altri progetti legati alla “grande mobilità” e classificati
come invarianti strutturali di programma richiedono ulteriori approfondimenti.
Nel corso del Forum sono emerse alcune posizioni che li considerano
inconciliabili e incoerenti con una visione sostenibile della città per la
durata, l’estensione e la profondità dell’impatto economico, sociale e
ambientale che produrrebbero sul suo tessuto, e ne chiedono quindi lo stralcio,
in particolare per quanto riguarda il progetto Italferr SpA di
sottoattraversamento e di stazione sotterranea per l’Alta Velocità ferroviaria
e la Terza corsia A1, oltre alla Circonvallazione Nord. E’ stato fatto notare
che il primo paragrafo dell’art. 9 del Documento “Statuto dei luoghi e
normativa di attuazione” spiega che “le Invarianti identificano le fattispecie
materiali ed immateriali da sottoporre a tutela ed i criteri per attuare il
progetto urbanistico del Piano Strutturale, garantendo la sostenibilità delle
trasformazioni, e determinano le regole che governano l’uso del territorio
definendo le componenti che lo rendono riconoscibile nei suoi caratteri
peculiari”. Le tre Invarianti citate, però, non forniscono alcuna garanzia
obiettiva di soddisfare le esigenze poste preliminarmente all’art. 1 del
documento, là dove si elencano fra gli “obiettivi primari” il “coordinamento
delle azioni di governo del territorio a livello di area vasta, al fine di
(...) ridurre (...) la mobilità”, “lo sviluppo di un sistema di parchi e di
spazi verdi come elemento portante della struttura e del paesaggio urbano”, “la
garanzia di partecipazione dei cittadini al processo di trasformazione della
città”. I progetti legati alle Invarianti citate, infatti, appaiono piuttosto
confliggere con tali “obiettivi primari”, sia per le procedure adottate – che
non hanno contemplato, e tuttora eludono – livelli soddisfacenti di
informazione e tanto meno partecipazione, sia per i contenuti progettuali.
Per quanto riguarda il progetto
Italferr di sottoattraversamento e stazione sotterranea Alta Velocità,
peraltro, è stato fatto presente che le risorse finanziarie statali necessarie
alla sua attuazione risultano essere ancora assi incerte, e lo sono diventate ancor
più dopo che la Commissione Europea ha messo in mora il governo italiano, che
proprio a causa degli investimenti faraonici nel progetto nazionale TAV SpA ha
visto superare pericolosamente nel bilancio il rapporto deficit/PIL tollerato
dal “patto di stabilità” comunitario. Potrebbe risultare davvero catastrofico,
dunque, in una città come Firenze, aver avviato una cantierizzazione imponente
e di lunga durata senza certezze sulla sua copertura finanziaria. Secondo
alcuni intervenuti, piuttosto, la città di Firenze e l’area metropolitana hanno
bisogno di risolvere rapidamente i gravi problemi di mobilità, inquinamento,
vivibilità che tormentano centinaia di migliaia di abitanti, studenti,
lavoratori, visitatori. Per ottenere questo risultato – è stato proposto - la
prima cosa da realizzare è l’uso metropolitano delle ferrovie: riaprire le
stazioni chiuse, riattivare le linee dismesse, aggiungere binari e fermate,
assicurare servizi intermodali, riorganizzare e razionalizzare la rete e la
circolazione dei convogli, ammodernare i materiali rotabili. Un investimento
assai meno cospicuo dell’Alta Velocità, per un progetto alla realizzazione del
quale occorrono molti meno dei nove anni (minimi) previsti per il
sottoattraversamento. Quanto ai treni di lunga percorrenza, è stato osservato,
le soluzioni di superficie non mancano.
Un
aspetto particolarmente critico legato alla mobilità riguarda la sosta. I
parcheggi sono insufficienti su tutto il territorio comunale e già oggi il
numero dei veicoli presenti è superiore a quello allocabile. In alcune aree la
situazione è particolarmente grave, così come emerge nei documenti di
quartiere.
Secondo alcune componenti, le ristrutturazioni e i nuovi
insediamenti devono tenere conto devono tenere conto di questo aspetto, vincolando
ogni ulteriore incremento abitativo, commerciale o produttivo ad una
sufficiente previsione di parcheggi. Vanno introdotte in questa direzione specifiche misure per tutelare i residenti come
i parcheggi pertinenziali, le ZCS, che però sono inutili se non vengono
controllate, una tariffazione agevolata nei parcheggi pubblici, l’utilizzo
equilibrato di spazi al di sotto delle strade e uno studio sugli effetti della possibile realizzazione di strutture
di superficie come i sylos. Per ridurre l’impatto del fenomeno del
pendolarismo, evitando che esso investa la città consolidata, è necessario
approntare un sistema di parcheggi scambiatori, che deve essere all’esterno
della città, meglio ancora se nei luoghi di origine dei flussi. Essi devono
essere serviti dal trasporto pubblico e devono avere un regime tariffario
conveniente.
Secondo altri – che non condividono
scenari di ulteriore densificazione della città costruita, e escludono
l’opportunità di nuovi insediamenti in nome del principio del riequlibrio - la soluzione strategica del problema
risiede piuttosto nella conversione del trasporto collettivo dalla modalità
motorizzata privata a quella pubblica su ferro e alla mobilità elementare, e
nella capacità di realizzare e gestire con efficienza e intelligenza
l’intermodalità con un’offerta ferroviaria che si dimostri finalmente
all’altezza delle esigenze e degli obiettivi di sostenibilità dichiarati.
Il sistema viario va reso
complessivamente più funzionale e più sicuro, per tutti e in particolare per i
bambini, i ragazzi, gli anziani, le donne in gravidanza, i diversamente abili,
ciclisti e pedoni. E’ necessario adeguare alle esigenze di decoro e di
sicurezza la manutenzione e la cura dei rivestimenti delle strade e della
segnaletica. Un richiamo particolare meritano le strade storiche e la viabilità
minore, che vanno tutelate e che potrebbero essere utilmente classificate
’invariante strutturale’, come a Settignano, al Galluzzo, a Brozzi, a Peretola,
a Villamagna e a Castello.
Complessivamente
il Piano Strutturale non registra in modo adeguato i livelli di criticità attuale sia per il traffico che per la
sosta, e individua soluzioni progettuali che preannunciano un aggravamento,
piuttosto che un alleggerimento, della
pressione esercitata sui cittadini. Anche l’ARPAT, nel documento citato,
ammonisce che il sovrapporsi delle
interferenze delle numerose cantierizzazioni in programma “può, nel medio
periodo, vanificare, almeno in parte, i condivisibili obiettivi di
miglioramento della mobilità urbana ed, in taluni casi, peggiorare, anche
sensibilmente, le condizioni socio-ambiental-sanitarie, connesse con la
realizzazione di tali infrastrutture”.
Lo sviluppo della città consolidata
La questione abitativa segna in
maniera rilevante la qualità della vita dei cittadini, sia perché si riferisce
a un bisogno primario, sia perché la progettazione di qualsiasi nuovo
insediamento deve tener conto delle esigenze di salvaguardia della qualità
urbana.
Secondo l’Amministrazione, i bisogni abitativi si possono
esprimere nella necessità di circa 10.000 abitazioni rivolte a cittadini che,
per condizioni soggettive e sociali, non trovano una condizione d’accesso al
mercato, e in ogni caso negli indicatori delle proposte di piano trovano una
quantificazione in prospettiva solo una metà delle esigenze, a cui vanno
aggiunte 3.500 nuove residenze nelle previsioni di realizzazione con l’attuale
piano regolatore e acquisizioni pubbliche di quote di terreni per i futuri
interventi privati, permettendo di costruire ulteriori riserve. La debolezza
strutturale di intervento diretto ha promosso la norma delle quote del 20% sui
nuovi interventi da riservare ad affitto calmierato, un’esperienza tra le più
avanzate in Italia. Risponde in parte alle possibilità economiche della
cosiddetta fascia grigia, con un’offerta comunque quantitativamente marginale
rispetto alla domanda e comunque non risolvendo il problema dell’accesso
sociale alla casa, che richiede anche altri percorsi.
Secondo alcuni, l’Amministrazione deve contrattare
con più energia con i privati promovendo politiche che incidano sul mercato,
costruendo risposte diversificate ma di dignità per ogni cittadino (soprattutto
per i giovani), mentre la collettività in senso più largo deve trovare risorse
e cooperazione.
In
questa direzione servono nuovi e più moderni strumenti, come un organismo
pubblico per il settore privato, sul modello dell’agenzia per la casa, dove
procedere al reperimento delle risorse dal privato, dalle fondazioni bancarie,
dai fondi pensione, dai buoni comunali azionari, soprattutto gestendo pezzi di
mercato immobiliare e lavorando sulla modernizzazione del mercato per la
residenza sociale.
Alcune valutazioni sono state fatte
anche sui costi
eccessivi di costruzione, cercando di attivare detassazioni o opportunità
particolari per interventi orientati a bisogni sociali.
Secondo altri, l’Amministrazione
deve evitare di autorizzare nuovi interventi edilizi in città, considerati gli
elevati indici di edificatoria urbana raggiunti, le condizioni di inquinamento
e di degrado generalizzato del tessuto urbano, l’insufficienza del verde
pubblico, dei mezzi di trasporto collettivo e dei servizi in genere: urgono piuttosto interventi di
riequlibrio e decementificazione, che tutelino la salute e il diritto alla
residenza dei cittadini non ancora espulsi dai processi di speculazione, di
terziarizzazione e di incremento degli
indici del costo della vita.
Peraltro, è stato fatto osservare da
molti, le imprese appaiono fortemente impegnate nel realizzare nuove residenze
destinate ad un mercato non accessibile a chi ha bisogno primario di
abitazione, in un’ottica di impresa orientata al profitto degli investimenti.
Questa città si confronta infatti con un mercato che per le proprie
caratteristiche attrae investimenti e persone da tutto il mondo, con richieste
abitative molto sofisticate e con forme atipiche di residenzialità, dalla
semplice rappresentanza al sovraffollamento forzato di soggetti attratti da
opportunità lavorative marginali.
Gli studenti fuori sede (circa
20.000) sono costretti ad accettare fortissime pressioni e a subire condizioni
di mercato con contratti spesso inadeguati o in nero, che stravolgono le regole
della domanda e innalzano le pretese dell’offerta. S questo piano occorre un
intervento di garanzia dell’Amministrazione per impedire e demotivare il
mercato speculativo.
Sia in termini di interventi che di
politiche pubbliche, va inteso quali “costi sociali” si intende affrontare per
dare risposte ai bisogni abitativi e alla salvaguardia della qualità della vita:
secondo parecchi l’unico sviluppo possibile è quello senza espansione e
densificazione urbana, è quello che assicura invece sostenibilità sociale,
economica, ambientale, di salute.
La
questione inoltre va inquadrata in una visione metropolitana per coordinare
politiche ed interventi, altrimenti non equilibrabili solo all’interno di un
perimetro comunale.
Se in linea generale è condivisa la
necessità che debba ripristinato un Fondo Nazionale Pubblico sulla Casa, resta per
parecchi che a livello locale bisogna indirizzarsi qualsiasi Piano Casa
comunale o di area metropolitana deve tener conto dei livelli di saturazione
raggiunti, e utilizzare le uniche risorse attualmente disponibili (le aree
dismesse) per riequilibrare i quartiere e la città, in un rapporto con i
privati che escluda nuovi interventi edificatori.
La
ricchezza della città è infatti anche
nel conservare le proprie risorse vive, contro i rischi di espulsione in
particolare dei soggetti più deboli come gli
anziani e le giovani coppie, esclusi
da un mercato che funziona solo sulla rendita. La prevenzione di fenomeni inaccettabili e diffusi come le case sfitte
ed i contratti in nero dev’essere quindi in testa all’agenda dei provvedimenti
che l’Amministrazione assume a tutela delle esigenze abitative strategiche
nella città.
Il radicamento della residenza, in
maniera persistente e sul lungo periodo, dev’essere trattato come una risorsa
civile della città, rispetto alla promozione di presenze residenziali ad alta rotazione,
che non incidono positivamente sulla qualità della vita cittadina se non sul
piano della ricchezza delle relazioni mentre, per un altro verso, accrescono la
rendita speculativa privata, traducendosi in un costo sociale indotto.
La pratica recente e diffusa di
autorizzare la trasformazione di fondi in residenze, in particolare di piccola
dimensione, e il moltiplicarsi dei frazionamenti senza prevedere parcheggi,
incide pesantemente sulla qualità della vita dell’intorno: le nuove norme
deliberate su funzioni e dimensioni minime di trasformazione non appaiono, a
molti, in alcun modo sufficienti a scoraggiare questa ulteriore modalità di
proliferazione delle rendite speculative.
Sarebbe stato indispensabile, a
monte della formulazione del Piano Strutturale, attuare un monitoraggio diretto
e costante sugli interventi privati, a salvaguardia dagli errori (o dalle
speculazioni) che si trasformano in disagi o addirittura danni per i residenti,
difficilmente potendosi ripristinare diritti e condizioni di qualità urbana
precedente. In realtà – come si è appreso nel corso di uno degli incontri con
il responsabile della Direzione Urbanistica – non esiste un censimento neppure
delle superfici, delle volumetrie e dei “do ut des” nei cambiamenti di
destinazione accordati negli ultimi dieci anni ai privati dal Comune di
Firenze. In tali condizioni ogni valutazione di merito sulle previsioni del
Piano Strutturale non può che rivelarsi cieca e azzardata.
Per un altro verso, è stato spiegato
dai rappresentanti dell’Amministrazione che la riorganizzazione e la delocalizzazione delle grandi
funzioni pubbliche apre l’opportunità di costruire nuovi elementi di identità e
di qualificazione nelle città della città.
Ma il nuovo inserimento di funzioni
pubbliche rilevanti in parti della città prima non interessate richiede una
discussione con i cittadini del territorio che si troverà ad assorbire queste
nuove presenze.
Partire
dal confronto con gli abitanti dei luoghi deve diventare una procedura istituzionalizzata già in fase di progetto ogni volta che
sia in gioco la modifica di equilibri o l’inserimento di criticità nuove in un
dato contesto, sia che si tratti - ad esempio – di proporre la realizzazione di
un nuovo parcheggio, sia che si ipotizzi la localizzazione di nuove antenne per
la telefonia, come si sta iniziando a fare in qualche caso con forme di
concertazione generale e locale.
E’ stato da più parti sottolineato
che funzioni nuove
richiedono servizi di supporto adeguati anche di secondo livello: nel caso
dell’insediamento dell’Università a Novoli,
ad esempio, non bastano solo le residenze e gli spazi studio per gli
studenti, ma servono anche spazi ricreativi, sportivi, di aggregazione per
integrare nel contesto sociale le nuove presenze. In un’ottica di decentramento
va quindi pensato e costruito l’indotto delle nuove funzioni, nel loro
allocarsi, tenendo conto delle
opportunità che anche in questa direzione offrono le aree dismesse (come l’ex
Panificio militare o la ex Manifattura Tabacchi).
Bisogna
inoltre porre molta attenzione ad armonizzare i tempi di realizzazione degli
interventi privati con quelli pubblici, per non creare discrepanze temporali
incomprensibili ed in alcuni casi forti disagi locali per la mancanza delle
infrastrutture necessarie. Anche sotto
questo profilo è stata denunciata l’assenza di una appropriata capacità di
regia da parte dell’Amministrazione, la cui azione si rivela spesso
improvvisata e incoerente, mentre l’attuazione dei diversi progetti che insistono
sulla stessa delicata maglia territoriale cittadina accusa incertezze, ritardi
e inefficienze. Questo produce conseguenze assai sgradevoli, e spesso
decisamente patogene, sul sistema nervoso della città, che vede messi
continuamente in discussione i riferimenti storici, psicologici e culturali ai
quali è legata la sua vita. Lo stress da continui mutamenti nei percorsi dei
servizi pubblici e nella viabilità ordinaria è in tal senso esemplare.
L’Amministrazione del resto spesso non si dimostra in grado di presentare –
come è stato documentato - neppure i cronoprogrammi di alcuni dei principali
interventi-quadro. Qualsiasi Piano Strutturale che non ponga al centro della
propria analisi retrospettiva e delle future strategie di intervento lo studio
delle capacità di integrazione temporale e spaziale degli elementi della
pianificazione risulterebbe astratto e futile.
Il
Piano delle Funzioni – è stato osservato
- ha seguito di oltre dieci anni il piano regolatore vigente, di fatto
fotografando una situazione già consolidata. E’ stata così trascurata l’opportunità di sviluppare scelte
strategiche, che deve essere invece punto di partenza per il nuovo Piano
Strutturale.
Nella
riqualificazione di parti della città è mancata progettualità di funzioni
pregiate – come nel caso di viale Nenni. Secondo
l’Amministrazione queste aree possono ora essere recuperate con le
opportunità offerte dal tracciato della nuova tranvia, che vincola (ma al tempo
stesso sviluppa) alla sua prossimità la collocazione di funzioni di rilevanza
urbana, oltre ad intercettare ed abbattere mobilità indotta.
La
necessità di delocalizzare funzioni importanti risponde spesso a necessità
ineludibili di crescita, ma vanno trovate risposte anche per funzioni non in
crescita dimensionale (come i musei) ma che necessitano una più moderna qualità
di servizi, su cui vanno innescati percorsi di riappropriazione identitaria dei
cittadini per il proprio patrimonio promovendo forme agevolate di fruizione privilegiate per i residenti.
Progetti di recupero urbano come
quello realizzabile intorno alla Stazione Leopolda dovrebbero esprimere –
piuttosto che colate aggiuntive di cemento e asfalto, come sta avvenendo in una
preziosa area ferroviaria - intelligenza progettuale e prevalenza
dell’interesse pubblico, e cogliere l’occasione per la costruzione di un
tessuto di qualità urbana che si estenda dalla ex Manifattura Tabacchi alla
Scuola di Agraria alle Cascine e riequilibri aree critiche vicine come San
Jacopino, in una ipotesi di Parco urbano, collegato e permeante la città, che
concili verde, strade, residenze e nuove funzioni culturali senza incongruenze,
tornando a valorizzare un ramo ferroviario strategico come quello che dalla
linea per Pisa e Siena permetterebbe nella Leopolda restituita alla sua storica
funzione una seconda attestazione di trasporto collettivo su ferro in centro.
Se è vero che intervenire sulle aree
di trasformazione è una grande opportunità per il riequilibrio della città,
allora ne consegue che nel rapporto con i privati l’Amministrazione deve dotarsi di norme o
percorsi omogenei che le permettano di
evitare di affrontare in modo disorganico le questioni legate alla specificità
delle singole aree dismesse, e di agire invece secondo un’ottica sistemica e –
ove necessario - perequativa, a partire da una visione strategica urbana
preliminare, proprio nell’ambito del Piano Strutturale, per non rimanere
vincolata nella contrattazione su singoli contesti.
E’ stato fatto notare in alcuni
interventi che il risultato più clamorosamente deludente della politica
urbanistica degli ultimi decenni sta nella progressiva privatizzazione del suolo pubblico: ogni
nuovo intervento di fatto limita e
recide la precedente capacità di fruizione dei luoghi da parte della cittadinanza.
Per quanto gli interventi possano essere mirati ad ottenere forme di
beneficio pubblico, i percorsi (o l’informazione) raramente sono risultati trasparenti. In certi casi la
massimizzazione dei benefici privati lascia intravedere forme pubbliche di
compensazione rispetto al sistema degli interventi cittadini, che come
conseguenza non possono che far auspicare l’assenza di interventi piuttosto che
interventi dannosi (???).
Secondo l’Amministrazione, ai privati – tanto più quando sono
radicati nel territorio – va richiesta una “responsabilità sociale”
nell’intervenire su parti significative della città come le aree di
trasformazione, o in ogni caso ovunque la rilevanza e la scala degli
investimenti offra l’opportunità di costruire anche risposte ai bisogni
pubblici. Numerosi interventi di
cittadini hanno sottolineato, in proposito, un opposto punto di vista, che
denuncia la vacuità di tale aspettativa, che non sembra avvalorata in alcun
modo dai dati che la realtà propone: quella di una “responsabilità sociale” dei
privati, in un quadro pubblico che li ha fin qui resi avvezzi a un sistema
consolidato di favori, privilegi, indulgenze, appare una proposta chimerica e
mistificante.
Le aree di trasformazione, se da una
parte rappresentano un’opportunità, dall’altra appaiono uno dei fattori di
rischio maggiori dato che – nell’attuale fase della pianificazione - previsioni errate, sottostime o
sovrastime nella costruzione di scenari possono compromettere pesantemente – e
definitivamente - lo sviluppo o la qualità di un territorio, come nel caso di
Santa Croce, nuovo polo della conoscenza, dove le analisi e previsioni di
pianificazione strategica – è stato
lamentato - non sono state comprensive della complessità globale dei fenomeni,
delle dinamiche e degli effetti sugli abitanti.
La
credibilità e la trasparenza del dibattito pubblico sulle aree di
trasformazione deve essere salvaguardata anche
dando piena informazione sulle azioni in corso da parte dell’Amministrazione:
il caso della partita di interventi complesso di S. Orsola – facoltà di Agraria
– edifici della Finanza in Via Valfonda, ad esempio, di indubbia complessità e
con significative ricadute sulla città, ha creato allarme proprio per lo
sviluppo di passaggi formali tra enti (anche solo per approfondire il quadro di
fattibilità) senza un corrispettivo di
informazione al pubblico, e questo ha lasciato spazio alla percezione di
percorsi paralleli rispetto al dibattito pubblico, a prescindere dalle
valutazioni sull’operazione.
La
preoccupazione si manifesta inoltre per le pratiche che hanno accompagnato le
precedenti pianificazioni territoriali: qui la proliferazione e la gestione delle varianti al Piano regolatore ha
di fatto svuotato e spesso stravolto il disegno
organico del Piano regolatore stesso, incidendo fortemente sulla
ricontrattazione di quantità e volumetrie che hanno innescato consistenti
processi di densificazione, fuori da un controllo strategico complessivo per il
riequilibrio generale del territorio e per un’integrazione tra i piani, dalla
mobilità all’ambiente allo sviluppo dei servizi locali. Alle conseguenze nefaste delle varianti di Piano vanno aggiunte
quelle, numerosissime e di fatto fuori controllo, derivanti dalle “varianti in
corso d’opera”, attraverso le quali risultano di fatto programmati o
programmabili ulteriori “aggiustamenti”, con aggravamento dei carichi e degli
impatti.
Nel
quadro più generale delle trasformazioni urbane, è stato osservato da alcuni, nel caso delle invarianti programmatiche
va comunque sviluppata una
disciplina che rapporti localmente
questi interventi – prevalentemente di natura infrastrutturale nel Piano
Strutturale adottato – ai singoli luoghi che attraversano, per riacquistare
sensibilità al territorio e alle sue specificità e poter valutare puntualmente
la sostenibilità effettiva degli interventi stessi con la capacità del
territorio di assorbirli. Secondo altri,
i progetti infrastrutturali pesanti proposti come invarianti (l’Alta Velocità
ferroviaria nel progetto Italferr di sottoattraversamento, la Terza corsia A1,
la Circonvallazione Nord) non solo denotano colpevolmente questa assenza di
sensibilità, ma addirittura la postulano, per la loro stessa natura di
interventi che non rispondono all’esigenza di soluzione strutturale del deficit
di trasporto pubblico ecologico, e che al contrario potranno attuarsi soltanto
assestando nuovi decisivi colpi alla vivibilità, alla salute e all’ambiente di
Firenze.
Il ruolo di riequilibrio delle aree
di trasformazione è stato spesso associato, dai cittadini intervenuti, alla la
richiesta di totale inedificazione. Secondo l’Amministrazione, invece, la consapevolezza che le proprietà
sono in molti casi private o che - per quelle pubbliche - sono necessari per
qualsiasi intervento (anche di abbattimento e bonifica) investimenti privati,
sposta la discussione sul piano della progettualità prima, della contrattazione
successivamente ed infine del controllo. In questo quadro, hanno suggerito i responsabili dell’Amministrazione, potrebbe essere
molto significativo il ruolo dei laboratori locali con gli attori che vivono il
contesto, sia nel sollecitare l’espressione del potenziale pubblico delle aree
– risorsa, sia nel procedere esprimendo più fortemente pressione diffusa
pubblica nella contrattazione con il privato investitore. E’ stato il caso, sottolinea l’Amministrazione, dell’area ex
Longinotti, che ha visto succedersi quattro riformulazioni del progetto; ed è
il caso, tuttora in corso – insiste l’Amministrazione - dell’ex Panificio militare,
con punti di equilibrio da raggiungere, a fronte dell’abbandono delle aree allo
stato attuale.
Le
definizioni e le indicazioni per le aree di trasformazione nel Piano
Strutturale assumono quindi un interesse rilevante (nel definire funzioni
ammissibili o escluse) per le prospettive dei luoghi su cui insistono.
E’ stato osservato che bisogna
superare la genericità dell’approccio del Piano, che si limita a formulare priorità indifferenziate (come le residenze e
i servizi commerciali), valorizzando le analisi già in parte espresse dal Piano nel quadro
conoscitivo, ma procedendo sostanzialmente per piani di fattibilità specifici,
sia per i grandi interventi che per i piccoli. Spesso questi ultimi sono
pervasivi e cronicizzano situazioni già
critiche per la sovrasaturazione “antropica” su cui si innestano, in uno
scenario di difficile sostenibilità urbanistica, ambientale e sociale di parti
del territorio, prima e dopo gli interventi.
Proprio sul piano del Regolamento
urbanistico - è stato proposto da alcuni - sarà necessario garantire come
limite massimo il mantenimento dei livelli attuali di densità edilizia,
escludendo artifici contabili (superfici utili lorde, volumi tecnici, conteggi
parziali) che permettano in qualunque modo aumenti di volumetrie, per quanto
sanzionabili, dato che essi andrebbero a costituire comunque incrementi di
costruito e di profitti speculativi. Secondo altri, la prima e la più
importante misura da adottare per prevenire ogni rischio di densificazione e
per ottenere, al contrario, il necessario riequilibrio, consiste nell’attivare
procedure per incentivare il recupero degli immobili sottoutilizzati o sfitti,
pubblici e privati, rimettendoli nel circuito vitale della città,
salvaguardando così lo spazio non costruito nella contabilità generale della
città.
Le risorse ambientali
Le
risorse ambientali sono un aspetto determinante per assicurare un’adeguata
qualità del territorio e della vita dei cittadini: il Piano Strutturale deve considerarle un asse prioritario su cui
progettare il territorio, intendendole come funzioni primarie e non come
elementi marginali e di corredo. Esse peraltro garantiscono l’equilibrio tra
spazi vuoti e spazi costruiti, evitando i fenomeni di saturazione edilizia.
Esse assicurano inoltre spazi indispensabili di socializzazione, di
svago e di incontro, consentono di mantenere un rapporto con i cicli naturali, permettono di coltivare il
benessere fisico. Il verde inoltre dà la possibilità di praticare stili di vita
più appaganti, poiché in esso la distensione e la calma prevalgono sulla
frenesia e sull’ansia, tipiche delle moderne aree urbane. Infine la presenza di
questi spazi aiuta a ridurre o a
tamponare l’inquinamento atmosferico. Il sistema del verde e quello dei
corsi d’acqua hanno anche una funzione culturale, essendo elementi costitutivi
delle identità locali e del senso di appartenenza delle persone alla comunità.
Il Piano Strutturale dovrà considerare aree verdi solo quelle sufficientemente ampie, effettivamente fruibili ed adeguatamente manutenute, con prati e alberi, come i giardini e i parchi, senza computare quelle decorative e di servizio come le aiuole o gli spartitraffico e quelle destinate a specifiche funzioni come le strutture sportive. Per un altro verso, è stato chiarito da numerosi interventi che il verde interessante per i cittadini non è quello ‘patinato’ dei moderni “parchi” metropolitani (qualcuno si è domandato come sia possibile definire “parco”, peraltro, un oggetto di risulta ritagliato fra un aeroporto, una piattaforma ferroviaria con “galleria del vento”, un centro di compostaggio maleodorante e la nuova massiccia edificazione prevista a Castello, pudicamente neppure menzionata nel Piano Strutturale, nonostante i contributi di impatto che è destinata a determinare). Il verde veramente vissuto non è neppure quello ‘di rappresentanza’, come i giardinetti in fregio alla Fortezza da Basso lato Romito, ottenuti nel ’95 in cambio dell’ospitalità al vertice europeo, attigui a intensi flussi di traffico automobilistico e quindi lasciati deserti dalla popolazione. Il verde che serve, è stato chiarito, è quello vicino casa, quello vicino scuola, quello di quartiere