IDENTITA’ E GLOBALIZAZIONE:

I CITTADINI E LE COMUNITA’ PROTAGONISTI DEL FUTURO

 

 

1.       LEGGERE I CAMBIAMENTI

“La forza creatrice della politica non è ragionare a prescindere dalla realtà”

Antonio Gramsci

 

·          Nel mondo

Gli ultimi quattro anni hanno visto una accelerazione di alcuni aspetti particolarmente negativi dei processi di globalizzazione, e al tempo stesso hanno mostrato le potenzialità anche positive dei cambiamenti globali in atto: si è consolidata un’idea di “governo del mondo” basata sulle logiche del mercato o peggio del profitto; un’idea liberista o protezionista a seconda delle convenienze di pochi Paesi ricchi (il G8) e di grandi gruppi economici. Il potere globale risiede sempre di più in luoghi unilaterali: il Wto, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, gli uomini e gli interessi che guidano gli Stati Uniti. Parallelamente, sono entrati in crisi i tentativi di costruire un approccio multilaterale ai problemi globali: ne è prova il sostanziale fallimento di gran parte degli ultimi vertici internazionali, dal vertice Fao di Roma alla conferenza di Monterey sul finanziamento dello sviluppo al summit di Johannesburg, nonché la scelta ormai conclamata degli Stati Uniti di chiamarsi fuori da questa stessa visione multilaterale (no al Tribunale penale internazionale, al Trattato antitortura, al Protocollo di Kyoto, all’accordo sulla deroga alle regole brevettuali per i farmaci anti-Aids). Tutto ciò ha prodotto una generale accentuazione di fenomeni profondamente negativi: si è andata allargando la forbice tra ricchi (individui e Paesi) e poveri, si è rafforzato nel Sud del mondo l’intreccio perverso tra degrado sociale e ambientale, si sono rotti gli equilibri climatici con conseguenze già ora drammatiche su tutto il Pianeta.

La tendenza strutturale all’unilateralismo ha subìto un’ulteriore spinta dalla tragedia dell’11 settembre, la quale anziché indurre gli Stati Uniti e gli altri Paesi ricchi ad affiancare alla lotta sacrosanta contro il terrorismo un impegno forte per affrontare i drammi della fame, della sete, della miseria, dei mutamenti climatici, delle ingiustizie, delle guerre, ha accentuato le impostazioni più miopi. D’altra parte, l’azione del “cartello” dei governi dei Paesi più poveri, simboleggiato dal cosiddetto G77, ha confermato la totale inadeguatezza delle classi dirigenti africane, latino-americane, asiatiche a proporre un modello alternativo di governo globale: nella stragrande maggioranza dei Paesi poveri continuano a governare élite corrotte e antidemocratiche, distanti dagli interessi dei loro popoli almeno altrettanto del G8.

Venendo alle contraddizioni più promettenti, è indiscutibile che l’attuale globalizzazione, pur con tutti i suoi limiti, abbia portato effetti benefici, anche sul piano sociale, in molte aree del mondo e in particolare nell’oriente asiatico, dove tutti gli indicatori dello sviluppo umano fanno segnare da anni un progresso sensibile e costante. Di più, questo passaggio di millennio reca con sé la concreta speranza che si sia aperta una nuova, straordinaria stagione di progresso della scienza e della tecnologia: ricca anch’essa, certamente, di pericoli e di ambiguità, primo fra tutti il rischio di un’innovazione scientifica e tecnologica orientata più agli interessi i pochi privilegiati che ai bisogni dell’intera umanità, ma potenzialmente capace di fornire risposte di rivoluzionaria utilità a grandi problemi tuttora irrisolti.

L’impegno stabile di milioni di donne e uomini per costruire un mondo diverso e migliore è l’altra principale novità positiva di questi quattro anni. Quando tenemmo il nostro ultimo congresso, nel dicembre 1999, erano trascorse poche settimane dalla mobilitazione di Seattle, oggi il “movimento dei movimenti” è un fenomeno consolidato, un protagonista indiscusso sullo scenario globale. Da Porto Alegre a Genova a Firenze il movimento di critica all'attuale globalizzazione è cresciuto nei numeri e nella maturità, dimostrando una capacità via via più spiccata di accompagnare ai suoi no elaborazioni e proposte coerenti con l’obiettivo di porre i temi della lotta alla miseria, al sottosviluppo, al degrado ambientale, dell’impegno per la pace al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Come tutti i fenomeni sociali più complessi, anche questo movimento contiene in sé vari aspetti criticabili: un’idea ingenuamente antagonistica e di autosufficienza dalla politica, la tentazione di “leggere” tutti i problemi globali secondo schemi antiquatamente ideologici, la timidezza in alcune sue “anime” della condanna della violenza e del terrorismo, un giudizio troppo spesso liquidatorio sui valori dell’Occidente e in particolare dell’Europa. Ma in esso si esprime un bisogno di idealità e di valori, una ricerca di conoscenze critiche, un’aspirazione irriducibile al cambiamento, una forte capacità di cogliere le connessioni tra dinamiche sociali e ambientali, che costituiscono altrettante risorse decisive per costruire un mondo migliore. ( A parte l’analisi su USA e ONU – non pagano neanche i contributi e poi pretendono di strattonarlo in una assurda guerra - qual è la proposta, anche minimale, di Legambiente per un migliore – più giusto - governo mondiale? ONU, WTO, FMI, BM. Si pone o no il problema di un governo mondiale dell’ambiente – un “WTO democratico dell’ambiente” - al di la dell’UNEP?)

 

·          In Europa

L’Europa oggi non è più soltanto un’espressione geografica: l’introduzione dell’Euro, l’imminente allargamento a dodici nuovi Paesi ne fanno non ancora una “patria” ma certamente un “polo” geopolitico con una propria identità (stando alla quisquilia della guerra, l’identità europea appare sbriciolata). La strada verso l’Europa dei cittadini è ancora lunga, difficoltà ed egoismi continuano a frapporsi ad una piena, autentica unità, servono istituzioni europee dotate di una forte legittimità democratica e serve una Costituzione sancita dal voto dei cittadini europei, alla coesione economico-finanziaria e all’unità delle monete e delle banche centrali non ha corrisposto fino ad ora un’analoga costruzione unitaria in termini di diritti e di garanzie per il cittadino, e però grazie alla sua storia e al cammino compiuto negli ultimi decenni il vecchio continente può davvero aspirare ad un confronto da pari a pari (da pari a pari?) con gli Stati Uniti e ad un ruolo d’avanguardia nello sforzo quanto mai urgente per rispondere ai bisogni dei suoi cittadini e per contribuire a porre le basi di una globalizzazione democratica e solidale.

I  migliori valori dell’Europa sono i nostri valori: una connaturata attenzione alla coesione sociale che ha prodotto, con il Welfare, gli standard più avanzati di protezione e solidarietà verso i ceti e gli individui più deboli; la propensione a definire un quadro di regole che favorisca la compatibilità delle logiche economiche con gli interessi generali (che vuol dire interessi generali? Dietro questa formula, ambigua ed ideologica, sono passate e passano le peggiori ingiustizie!) ; lo sforzo per valorizzare la preziosa eredità storica delle identità e delle autonomie locali e per ricondurla al tempo stesso in una visione unitaria, prima degli Stati-nazione e oggi della patria europea. L'anima più preziosa

dell'Europa è in questa miscela di unità e diversità, in una nozione dell'identità che si basa non sull'appartenenza etnica ma sulla comunanza di bisogni, di interessi e pure di valori.

Troppo spesso, per ignoranza o malafede, l’identità europea viene annegata in un’immagine indistinta dell’Occidente, che avrebbe in comune identici interessi e valori e dovrebbe sempre condividere anche obiettivi e politiche. La pensano così quanti considerano il mondo attuale il migliore dei mondi possibili, il mercato una religione, la globalizzazione governata nell’interesse di pochi privilegiati un imperativo. Questa stessa idea dell'Occidente come una monade appartiene, per paradosso, anche a chi sul versante opposto attribuisce ai Paesi ricchi tutti i mali del mondo: nessuna differenza tra Stati Uniti ed Europa, sotto le sfumature vi è l'identica volontà di utilizzare la globalizzazione come strumento di dominio imperiale, neocoloniale sul mondo.

Sottolineare le diversità tra Stati Uniti ed Europa è invece un passaggio obbligato se si vuole, come noi vogliamo, guardare al vecchio continente come al possibile battistrada di una visione dei processi globali distante da quella dell'odierno governo americano, e ancorata ai valori dell'equità e della coesione sociale, della difesa dell'ambiente, di un approccio multilaterale ai grandi problemi planetari.

I segni di questa "differenza" europea sono già visibili: segni economici, ambientali, culturali, sociali, anche segni politici. Seppure tra incertezze e contraddizioni, l'Europa in più di un'occasione ha mostrato concretamente la sua differenza: sul Protocollo di Kyoto, innanzitutto, ratificato dai 15 malgrado il dietrofront americano (gli Stati Uniti erano tra i Paesi firmatari), o ancora sul tema spinoso dell’agricoltura biotech. E però il percorso di emancipazione dalla tutela politica e militare degli Stati Uniti rimane ancora per buona parte incompiuto, come dimostrano largamente le incertezze dell’Europa sulla questione cruciale ella guerra all’Iraq. E’ necessario che i governi europei, che il governo comunitario di Bruxelles rifiutino con decisione l'idea che l'impegno per sconfiggere il terrorismo globale possa tradursi nel ricorso alla guerra, o ancor peggio come teorizzato da Bush alla "guerra preventiva" e in una definitiva legittimazione del ruolo degli Stati Uniti come "gendarmi del mondo".

Non si tratta di replicare i vecchi miti antiamericani, ormai del tutto consunti. Semplicemente occorre prendere atto che gli Stati Uniti (distinguerei: questo governo – minoritario- degli USA non è uguale ai cittadini USA così come l’Italia non è Berlusconi. C’è un problema democratico anche nella maggiore potenza mondiale o no? Tralasciando quanto costa una campagna presidenziale in America e il rapporto direttamente proporzionale fra chi spende miliardi e chi viene eletto, quando un Presidente viene eletto con il 25% dei voti espressi e i voti espressi non sono neanche il 40% di quelli esprimibili, c’è o no un problema di rappresentanza di una democrazia?) rispondono a interessi, anche a valori, che non sempre coincidono con quelli dell'Europa: ostentano, non da ora, un sostanziale disinteresse per la dimensione sociale, ambientale, civile dello sviluppo e dei processi di globalizzazione, e specie sotto l'amministrazione Bush sono andati esplicitando una visione dei rapporti internazionali nella quale l'obiettivo più che condivisibile della lotta al terrorismo è diventato il pretesto per scelte segnate da tratti inaccettabili di arroganza e unilateralità.

Solo se saprà coltivare la sua "differenza", l'Europa potrà contrastare con efficacia i mali che oggi l'assillano - i rischi di smantellamento del Welfare e gli attacchi ai diritti sociali; la disoccupazione; le difficoltà ormai croniche dei comparti industriali più legati all'economia materiale (che diciamo su questo? Siamo contenti? Siamo preoccupati?); la persistente arretratezza di grandi aree come il nostro Sud; l'inquinamento che assedia le città - e aiutare a risolvere i drammi che pesano sull'umanità, compreso il rischio che la miseria e la disperazione di miliardi di uomini e donne diano alimento - come un velenoso brodo di coltura - a terrorismi, fondamentalismi, logiche di guerra.

 

·          In Italia

Non vi è dubbio che il cambiamento più vistoso avvenuto in Italia negli ultimi quattro anni riguardi la politica, e discenda dalla vittoria della maggioranza di centro-destra nelle elezioni del 2001 e dalla nascita del governo Berlusconi. Una novità che su vari e diversi terreni ha prodotto finora risultati negativi: dalle tante scelte che pesano negativamente sulla qualità delle politiche ambientali (legge obiettivo, legge delega per il riordino della legislazione ambientale, sanatoria dei reati ambientali), all’idea sciagurata i risanare i conti dello Stato mettendo in vendita beni culturali e paesaggistici, alle ricorrenti tentazioni di nuovi condoni edilizi, a una generale caduta di attenzione nella difesa della legalità, alla legge Bossi-Fini sull’immigrazione, alle scelte annunciate che rischiano di indebolire ulteriormente la scuola e la ricerca pubblica, all’ipotesi di “devolution” che metterebbe a serio rischio l’unità nazionale senza fornire strumenti più efficaci di autogoverno alle comunità locali. Fatti di per sé già gravi, cui si aggiunge la preoccupazione che il “fenomeno-Berlusconi” porti con sé il rischio di una deriva plebiscitaria e “privatistica” della politica, testimoniato da anomalie tutte italiane come il conflitto d’interessi, l’attacco sistematico all’indipendenza della magistratura, l’uso della potestà di governo per fini personali o di gruppo.

Tale giudizio complessivo non deve però impedirci di cogliere alcuni segnali in contro-tendenza: la buona tenuta del governo italiano e in particolare del ministro delle politiche agricole nel no agli Ogm in agricoltura, o i vari casi che vedono esponenti del centro-destra attestati in materie importanti (la lotta all’inquinamento, il no a nuovi condoni edilizi) su posizioni avanzate (!!!!!!!!!!!!!!!!!????????????). Ma soprattutto, è importante tenere sempre presente la necessaria distinzione tra le leadership dei partiti di centro-destra e il loro elettorato: come provano la nostra esperienza quotidiana e la stessa identità di Legambiente – un’associazione cui aderiscono cittadini di tutte le idee politiche -, e come confermano anche autorevoli ricerche d’opinione, la sensibilità verso i temi legati alla qualità ambientale non conosce infatti confini né di partito né di schieramento. (Qui è il nodo culturale, prima ancora che politico, che Legambiente deve sciogliere senza ambiguità! Tutti sono per la pace, salvo quando capita realizzarla con la guerra! Tutti sono per lo sviluppo - anche sostenibile -, salvo poi vedere nel concreto cosa significa! Tutti sono per la salvaguardia ambientale, salvo intenderla come mitigazione dei guasti necessari e indiscutibili prodotti dal dogma della crescita. Il centro-destra (i suoi gruppi dirigenti) sono assolutamente intrisi di una cultura che mette al centro (oltre che il dogma del mercato) una idea feticistica dello sviluppo, nei confronti della quale la salvaguardia ambientale è “una pecetta end of pipe”. I provvedimenti del governo ricordati sopra non sono una accozzaglia di gaffes, sono frutto di una idea precisa di salvaguardia ambientale (sotto dettatura confindustria): l’impresa torni ad esternalizzare i costi ambientali (acqua, rifiuti, emissioni ecc…..), lo stato torni a mitigare queste esternalizzazioni. Di integrazione eco-eco non si sente neanche l’odore, nei documenti come nei provvedimenti di questo governo! E d’altra parte  se se ne sentisse l’odore, si sentirebbe l’odore di eresia. La politica è ( se non soprattutto) anche rappresentanza d’interessi (do you remember D’Amato?) E quando gli interessi sono rappresentati da una idea di competizione cialtronesca che vede la ricerca come (anche qui) impegno esclusivamente pubblico al servizio di una impresa che vuole recuperare competitività attraverso la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la esternalizzazione dei costi ambientali, la salvaguardia ambientale viene praticata esattamente come la pace: attraverso la guerra all’ambiente, per poi raccattare morti e feriti. Quanto invece all’elettorato di centro destra e alla sua vocazione ambientalista, se Berlusconi è lo specchio del suo elettorato, occorre una vera e propria battaglia culturale. Altro che “trasversalità dell’ambientalismo”! Intendiamoci, ciò non significa rinunciare ad agire nelle contraddizioni dell’elettorato di centrodestra, tutt’altro! Significa impedire cortocircuiti perversi che, a livello territoriale, producono sistematicamente connubi fra uno pseudoantagonismo radicale, sedicente alternativo, e elettorato di centrodestra. Se qualcuno volesse accertare la necessità di questa battaglia culturale, basterebbe che analizzasse l’origine e la composizione di quasi tutti i comitati.)

Se si rivolge lo sguardo al centro-sinistra, la valutazione si fa ancora più complessa. Nei cinque anni di governo dell’Ulivo l’Italia ha compiuto passi importanti, primo fra tutti l’ingresso nell’Europa della moneta unica, e si è registrata in generale una maggiore disponibilità verso i temi a noi vicini: basti pensare alla vera svolta che si era prodotta nell’azione di contrasto dell’abusivismo edilizio, o a nuove normative come le leggi quadro sui rifiuti e sulle acque che hanno contribuito a ridurre le distanze tra l’Italia e l’Europa. Resta netta però la percezione che l’ambiente – soprattutto l’ambiente come chiave da intrecciare con le politiche strutturali – non fosse allora e non sia nemmeno oggi tra le priorità del centro-sinistra, e che in molti campi i governi dell’Ulivo non abbiano saputo o voluto contrastare tendenze ormai strutturali che configurano il pericolo di un declino generale del nostro Paese: gli esempi purtroppo abbondano, dalla debolezza del sistema della ricerca a una politica dei trasporti inefficiente e ambientalmente insostenibile fino ad un ritardo tecnologico sempre più rilevante che aiuta almeno in parte a spiegare anche fenomeni recenti e particolarmente preoccupanti  come il collasso della Fiat. (Anche nel centrosinistra occorre fare una battaglia culturale affinché la contraddizione ambientale, insieme a quella dei rapporti di lavoro, venga compiutamente sciolta in una “nuova politica economica”. Per dirla con una espressione efficace: nella riforma delle riforme, ovvero, nella “riforma dello sviluppo” che impone, innanzitutto, la modifica dell’idea storicamente determinatasi dello sviluppo come crescita ininterrotta della produzione materiale)

A fronte di questo quadro tutt’altro che incoraggiante, figurano fortunatamente sintomi positivi, che si esprimono in una ripresa di vitalità, nella sperimentazione di strade innovative, da parte di settori dell’economia, di comunità locali, della società civile nel suo complesso. E’ il caso della miriade di economie locali cresciute sulla valorizzazione del “made in Italy” e delle produzioni tipiche, in una sintesi preziosa di tradizione e innovazione. E’ il caso dei primi segni di rinascita di quell’Italia dei piccoli comuni in cui si trova custodito gran parte dell’intreccio tra natura e cultura che rappresenta la quintessenza dell’identità italiana, come delle positive esperienze di governo che si registrano in tante città grandi e piccole, frutto in parte dell’elezione diretta dei sindaci che rimane ad oggi la più efficace e innovativa tra le riforme istituzionali varate nell’ultimo decennio. E’ il caso, ancora, del crescente protagonismo dei cittadini, sempre meno disposti a delegare la rappresentanza delle proprie ragioni che si tratti di battersi per un ambiente più pulito, di difendere i diritti sociali o di reclamare il rispetto dei valori costituzionali.        (Questa che si prefigura è una Italietta fatta di “caciotte e bagnetti”! Come è possibile non rilevare che sono almeno 10-15 anni che l’Italia non ha una politica industriale? Come non rilevare che la ricerca senza l’industria ( e l’innovazione industriale) rimane circoscritta alle caciotte e ai prosciutti? Possibile che nessuno si accorga del declino industriale di questo Paese e che questo declino è un tutt’uno con la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la devastazione territoriale? Possibile che non ci si accorga che non è necessario difendere i pochi presidi di maxindustria inquinante, ma che non è neanche necessario difendere l’iperpolverizzazione della piccola impresa (non solo e non tanto industriale) che produce iperpolverizzazione di inquinamenti neanche lontanamente controllabili? Possibile che non ci si renda conto della necessità di “una nuova politica industriale” non solo amica dell’ambiente, bensì funzionale alla integrazione eco-eco?

 

2.       UN MONDO DIVERSO E’ POSSIBILE

 

·          Quale progetto

“L’ambientalismo può essere uno dei motori per coniugare ‘buona’ globalizzazione e ‘buona’ identità: una globalizzazione governata dalla volontà democratica dei cittadini, che rechi il segno dello scambio e dell’incontro tra culture e non del trionfo del ‘pensiero unico’; e un’identità che sia fortemente incardinata nella cittadinanza, nella coesione sociale, nella piena accettazione di società multietniche e multiculturali. Lo scenario disegnato da questa prospettiva non è soltanto la condizione per costruire modelli di rapporti sociali più equi: è anche l’unica risposta convincente all’esigenza di collocare su basi di autentica modernità ed efficienza i processi i trasformazione dell’economia mondiale”. Queste parole, tratte dal documento congressuale del 1999, restano l’asse della nostra azione. Anzi, rispetto ad allora esse suonano ancora più appropriate. L’attuale modello di globalizzazione, infatti, ha dimostrato ancora di più negli ultimi anni il suo carattere illusorio oltre che iniquo: chi davvero può immaginare in equilibrio, e non in preda a perenni convulsioni e violenze, un mondo nel quale una piccola minoranza consuma cinquanta volta l’energia, l’acqua, il cibo, e ha una speranza di vita più che doppia rispetto alla grande maggioranza? Chi d’altra parte può considerare realistico l’obiettivo che tutti gli esseri umani possiedano tante automobili e producano tanto inquinamento quanto un cittadino degli Stati Uniti o della stessa Europa? E chi può pensare con onestà e lungimiranza che gli sconvolgimenti climatici già in atto non siano una minaccia mortale per il futuro nostro e dei nostri figli?

Umanizzare la globalizzazione non è solo uno slogan, è l’obiettivo di rendere gli individui e le comunità protagonisti del futuro: solo così le dinamiche globali serviranno a diffondere i diritti, il benessere, la libertà e non verranno più strumentalizzate per perpetuare le diseguaglianze e consolidare lo strapotere di pochi. Per tutto questo, l’identità è il necessario coronamento della “buona” globalizzazione, perché lo spazio geografico e culturale nel quale gli esseri umani si organizzano per il perseguimento dei propri fini di miglioramento individuale e collettivo. Nella storia dell’umanità, in particolare nella tradizione occidentale, i concetti di identità e comunità sono stati spesso l’ingrediente principale di ideologie aggressive, spesso razziste, e nei casi più estremi sono stati la giustificazione di politiche criminali: è avvenuto durante la stagione del colonialismo, è avvenuto col il nazismo, è avvenuto ancora ieri nella ex-Jugoslavia, continua ad avvenire oggi in tante parti del mondo.

Da questo rischio non si è mai definitivamente vaccinati, e dunque è importante ripetere e ripetersi sempre che l’identità che noi vogliamo difendere e valorizzare è un sentimento i appartenenza collettiva che rifugge da ogni rifiuto o diffidenza pregiudiziale verso chi è diverso per colore della pelle, religione, idee politiche, o verso chi è più debole. E la comunità che noi vogliamo è inclusiva, accogliente, solidale.

Così concepita, la coppia globalizzazione-identità è anche l’unica via sicura verso una modernità che sia anche progresso. Questo è vero in generale ed è particolarmente vero nel caso dell’Europa e dell’Italia. Il senso di appartenenza ad una patria comune europea deve nutrirsi della consapevolezza che per l’Europa le identità locali sono una risorsa culturale ed economica irrinunciabile, sono il riferimento ideale per politiche autenticamente riformatrici che compongano gli interessi e i bisogni in una sintesi e verso obiettivi coerenti.

L’ambiente, l’ambientalismo sono chiamati a giocare da protagonisti in una prospettiva così. Fenomeni globalizzati “ante-litteram”, che fanno appello ad esigenze e a bisogni planetari, universali, e che per loro natura reclamano più forti livelli di governo sovranazionale, essi al tempo stesso nascono e prendono forza da istanze squisitamente identitarie, rimandano al radicamento dell’uomo nel suo territorio e nella sua comunità, combattono quella che Zygmunt Bauman ha chiamato “la solitudine del cittadino globale”, al punto da essersi attirati l’accusa da parte della sinistra tradizionale di mutuare concetti e valori, come appunto identità e comunità, considerati appannaggio della destra.

Anche sul piano del progetto, o l’ambientalismo guarda a valori e ad interessi tipicamente “glocal”, che tengono insieme tradizioni locali e innovazione “globale”, oppure si condanna al ruolo di cultura e di pensiero di minoranza, di testimonianza, di resistenza. (Questa è niente più che una perorazione. Condivisibile certo: ma perorazione! La domanda “quale progetto”? rimane del tutto inevasa)

 

·          Quali cambiamenti

Su scala globale il primo passo è riformare l’Onu per dare ad essa più efficacia ed incisività, democratizzare le istituzioni economiche sovranazionali – Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Wto - e ricondurre dentro un approccio multilaterale la definizione delle regole di funzionamento dell’economia mondiale. Una responsabilità del tutto speciale compete ai Paesi ricchi, che con il 20% della popolazione concentrano l’80% della ricchezza: ad essi spetta il compito di destinare risorse molto maggiori di quelle attuali alla lotta alla miseria e al sottosviluppo, attraverso strumenti come la cancellazione del debito dei Paesi poveri, l’innalzamento del contributo alla cooperazione allo sviluppo, l’introduzione di meccanismi di freno ai movimenti finanziari speculativi sul modello della “Tobin Tax”. Ancora, il Nord del mondo deve ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra, cambiando in radice i propri modelli di produzione energetica e di consumo, (già! Cambiando in radice i propri modelli di produzione e di consumo……..Questo è il tema! Come? Questo è lo svolgimento necessario del tema. E su questo tema che vorrei vedere il trasversalismo ambientalista, l’elettorato del centrodestra –ma anche di centrosinistra - , come si pongono…..) ed accettare una revisione delle regole sui brevetti che eviti il rischio di una progressiva privatizzazione della materia vivente e consenta ai Paesi poveri di contrastare con efficacia malattie ormai pandemiche come l’Aids, la tubercolosi, la malaria.       

Per ciò che riguarda la situazione italiana, e più generalmente europea, occorre che il miglioramento della qualità ambientale si affermi come uno degli assi dell’opera di modernizzazione dello Stato, di rafforzamento della capacità competitiva dell’economia, di  recupero e valorizzazione degli spazi di coesione ed equità sociale. Il nostro obiettivo è difendere e sviluppare la dimensione dell’interesse generale ( questa espressione “interesse generale” è una astrazione. Utile quando si vuole affermare un orizzonte cui tendere, ma assolutamente ideologica – e pericolosissima -  quando la si vuole “spendere” politicamente. La composizione dei diversi interessi attraverso un progetto da sottoporre alla valutazione democratica della maggioranza è ciò che è politicamente sensato e praticabile. Altrimenti.. ………..c’è la “Casa delle libertà”. Ed è proprio questa la differenza ontologica fra destra e sinistra. La destra non ha bisogno di progetto. Anzi ha bisogno del suo opposto. Ideologicamente del suo opposto - do you remember “la mano invisibile” del vecchio Adamo Smith? -) , ma tale impegno per risultare credibile e vincente deve liberarsi da qualsiasi suggestione conservatrice: così, per esempio, bisogna opporsi ai tentativi di mercificazione di beni e servizi collettivi come l’acqua, i beni culturali e paesaggistici, l’educazione e il Welfare in generale, tentativi concretamente in atto su scala sia globale che italiana, e però rifuggire da ricette che tendano a cristallizzare l’esistente. La “criminalizzazione del privato” non convince, piuttosto dobbiamo ripensare l’idea di “pubblico” e il suo ruolo, avvicinarlo al cittadino e alla persona, al territorio e alla comunità, renderlo più partecipato ma anche più efficace ed efficiente. ( se non è cerchiobottismo, questo è il né – né. E dunque, al di la della nauseante coppia nuovo/vecchio – qualcuno ha notato che, a proposito della guerra, quel mentecatto di Rumsild, o come cavolo si scrive, ha definito “vecchia” quella europa che si oppone alla guerra?-  il punto è, ancora una volta: cosa proponiamo? Ad esempio: va bene la legge della Regione Toscana sul tema delle privatizzazioni? Si o no? Diciamo si, se è si. E diciamo no, e perché, se è no!

Per questo, una moderna cultura ambientalista non può che guardare con favore all’obiettivo di praticare con più forza e coerenza il concetto di sussidiarietà: sussidiarietà verticale, promuovendo forme più avanzate di federalismo, che valorizzino la vocazione municipale della società italiana più che aggiungere nuovi apparati burocratici a quelli già esistenti e che conservino i valori irrinunciabili dell’unità e della solidarietà nazionale; sussidiarietà orizzontale, incentivando le esperienze innovative legate al terzo settore e all’economia no-profit. ( E qui, proprio non abbiamo nulla da dire sul no-profit? Neanche su quello che assume pagando per quattro ore un lavoro di otto, considerando le altre quattro come “volontariato forzato”?)

Questi i terreni su cui concentrare lo sforzo di riforma:

-           Politiche ambientali. Bisogna completare la realizzazione delle reti di protezione primaria, rispetto alle quali l’Italia è in molti casi vistosamente in ritardo rispetto agli standard europei: basti pensare ai sistemi di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, alla depurazione delle acqua, alla manutenzione del territorio, al controllo di legalità in materie quali l’abusivismo edilizio o la criminalità ambientale (Quanto tempo ancora ci vuole per renderci conto che criminalità ambientale e gracilità delle reti di protezione primaria sono la stessa faccia? Quanto tempo ci vuole per renderci conto che le ecomafie sul fronte dei rifiuti sono alimentate dall’assenza impiantistica primaria? Quanto tempo ancora ci vuole per renderci conto che se si “bombardano” di controlli – con una normativa oramai impossibile da decifrare - i pochi impianti di recupero esistenti e si continuano ad ignorare i produttori, si perpetua il cortocircuito assenza di impianti-illegalità? Perché si continua con lo strabismo di richiedere “bombardamenti a tappeto” sull’impiantistica di trattamento-smaltimento esistente e ad ignorare totalmente – anche come tema – la necessità di agire “alla fonte”? . E contemporaneamente bisogna introdurre un sistema complessivo di incentivi e disincentivi, sul piano fiscale e non solo, che favoriscano quella riconversione ecologica dell’economia che, va ripetuto ancora una volta, rappresenta una strada obbligata anche nel segno della competitività ed efficienza economica. Infine, serve un impegno straordinario dello Stato per la piena applicazione delle normative ambientali, senza il quale diverrebbe inutile o peggio controproducente la stessa opera, di per sé urgente, di semplificazione legislativa. (Qualcuno si è accorto della situazione impossibile in cui si trova lo stato del diritto ambientale? Qualcuno si è accorto che, mentre si evolvono la normativa europea e quella regionale, quella nazionale è in piena involuzione? Per fare solo un esempio: qualcuno si è accorto che dalla normativa è sparito l’obbligo del recupero pur rimanendo quello della raccolta differenziata? Qualcuno si rende conto di quello che vuol dire questa quisquilia? E’ possibile che non ci si renda conto che questo guazzabuglio di normative stanno provocando cortocircuiti dove “la moneta cattiva scaccia sistematicamente quella buona”?

-           Trasporti e telecomunicazioni. Bisogna ridurre sensibilmente la quota di passeggeri e di merci che viaggiano su gomma, cambiando radicalmente direzione di marcia rispetto allo scenario disegnato dalla Legge Obiettivo Berlusconi-Lunardi ma anche rispetto alle politiche seguite dai governi di centro-sinistra. Nel campo delle telecomunicazioni, si deve imprimere un più forte slancio allo sviluppo delle reti informatiche e telematiche, che favoriscono i processi di  dematerializzazione dell’economia. (Già! Occorre……..occorre……..)

-           Difesa del territorio. In Italia sono ben 3671 i Comuni a rischio idrogeologico (il 45% del totale), e il nostro territorio è stato martoriato, solo negli ultimi 10 anni, da ben 12993 eventi idrogeologici. La spesa sostenuta dallo Stato e dagli Enti locali per fronteggiare le emergenze sono fantascientifiche: 689.072.288,47 euro solo nel 2000-2001, per ricostruire ciò che vi era in precedenza e per permettere il funzionamento della “macchina” dei soccorsi. Denaro speso soltanto per tamponare i danni, per ricostruire ciò che, all’alluvione successiva, sarà un’altra volta distrutto. Se solo una quota dei fondi utilizzati per l’emergenza venissero impiegati ( Già! Se solo……..) per la manutenzione ordinaria del territorio e per opere di difesa idraulica compatibili con l’ambiente (risagomatura degli argini, creazione di golene allagabili, casse di espansione), potremmo finalmente ridurre il livello di rischio idrogeologico del nostro Paese, con un enorme risparmio di risorse per lo Stato.

-           Fisco. Bisogna introdurre forme di fiscalità ambientale che spostino, progressivamente ma  significativamente, il carico fiscale dal lavoro e dai profitti d’impresa verso la tassazione del consumo di materie prime e di energia, sul modello della “energy-carbon tax” varata pochi anni fa ma mai concretamente applicata.

-           Innovazione tecnologico-ambientale. Occorre promuovere i settori produttivi a più elevata qualità ambientale: fonti energetiche “pulite”, produzioni industriali a basso contenuto di materie prime e di energia e a basso impatto inquinante, produzioni agricole e zootecniche a basso impiego di fertilizzanti e fitofarmaci, turismo di qualità,  esperienze di sviluppo sostenibile nei parchi e nelle aree protette.

-           Città. E’ necessario mettere in campo uno sforzo straordinario per migliorare il volto e risanare il corpo delle nostre città, oggi soffocate dall’inquinamento e dal traffico e penalizzate da una crescita edilizia ed urbanistica che molto spesso ha completamente sacrificato la qualità ambientale. Politiche urbane più attente alla qualità ambientale sono anche una condizione per valorizzare la risorsa-città e per affrontare i problemi del disagio sociale delle periferie e dell’insicurezza dei cittadini. L’esperienza dimostra infatti che città e quartieri meno inquinati, con più verde e meno auto sono anche città e quartieri dove le persone si riappropriano degli spazi pubblici, nelle quali è più sicuro e più piacevole camminare per la strada e socializzare, dove le case, i negozi valgono di più e si sviluppano le attività commerciali. Ma per riqualificare ambientalmente le città, vi è un passaggio prioritario e irrinunciabile: potenziare e rendere più efficienti i sistemi di trasporto collettivo, scoraggiare e limitare la circolazione delle auto private. Inoltre, occorre rilanciare gli incentivi fiscali alle ristrutturazioni edilizie, che in questi anni hanno dato risultati più che confortanti, legandoli però più strettamente a interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici.

-           Controllo di legalità. Bisogna contrastare con più forza tutte le forme di illegalità che recano danno all’ambiente e minacciano la salute dei cittadini, particolarmente estese e consolidate in Italia (basti pensare a fenomeni quali l’abusivismo edilizio o lo smaltimento illegale dei rifiuti, e alla preoccupante avanzata delle “ecomafie”), rafforzando il sistema dei controlli ambientali, introducendo nel codice penale la fattispecie dei “delitti contro l’ambiente”, coordinando con gli altri Paesi  l’impegno per fermare la crescente internazionalizzazione di attività criminali come lo smaltimento  clandestino di rifiuti o il traffico di materiale radioattivo. ( Già detto sopra, ma insisto: perché non si propongono controlli alla fonte? Perché si fa finta di niente quando sappiamo che per produrre 1 Kg di acciaio si producono 0,5 Kg di rifiuti? Perché non si fanno i controlli sui….controllori? Cioè, perché le istituzioni che hanno obblighi e doveri, sanzionabili, non vengono controllate. E perché nessuno propone di controllarle? La preoccupante avanzata delle ecomafie avrà pure una radice. O no? O si pensa che istituzioni che vivono di politica-marketing e che non decidono se non di schiacciarsi sui comitati, salvo evadere loro stesse la legge, e comitati – certo, assolutamente e sempre trasversali – su cui si schiacciano sempre e sistematicamente le associazioni ambientaliste possano produrre qualcosa di diverso da quello che producano: ergo, smaltimenti clandestini?)

-           Scuola, formazione e ricerca. La progressiva riduzione delle risorse pubbliche investite nel sistema scolastico e formativo, nell’università e nella ricerca scientifica sta configuarando per il nostro Paese un vero e proprio rischio di declino. Fenomeni quali “la fuga dei cervelli”, o il fatto che l’Italia sia, tra i Paesi maggiormente industrializzati, quello che produce meno brevetti e destina meno risorse alla “società della conoscenza” testiomoniano di un ritardo nella crescita culturale complessiva e nella capacità di innovazione tecnologica che pagheremo sempre più caro nella competizione globale.

-           Aree protette. Oggi sono centinaia, tra Parchi nazionali e regionali, Riserve marine, Riserve naturali nazionali e regionali, e coprono circa il 10% dell’intero territorio nazionale. Il sistema delle aree naturali protette, la rete dei parchi, vanno consolidati e valorizzati nelle loro potenzialità economiche, visto che insieme alle città d’arte possono costituire uno straordinario richiamo in termini turistici e in generale come volano di investimenti. Infatti, nei parchi vi è molto di quello straordinario “valore aggiunto” che l’Italia può vantare rispetto ad altri Paesi e che è rappresentato proprio dall’intreccio di natura, cultura, arte, saperi tradizionali, intelligenze imprenditoriali. L’impareggiabile ricchezza e varietà di testimonianze storico-artistiche presenti sul nostro territorio è tra le ragioni che ci fanno riconoscere e amare  in tutto il mondo: questo “tesoro” non può essere considerato come un’ingombrante eredità del passato, deve essere difeso e valorizzato perché in esso si esprime uno degli elementi centrali dell’identità italiana.

-           Agricoltura. La tutela e la promozione della grande ricchezza economica e culturale rappresentata dal patrimonio delle produzioni tipiche locali devono costituire un asse preferenziale delle politiche agricole: se l’Italia ha un futuro in campo agricolo, esso è nella valorizzazione dei prodotti “doc”, vero punto di forza del nostro modello agroalimentare e garanzia per la richiesta crescente di qualità e di argine alle sofisticazioni che viene dai consumatori. Si deve dunque perseguire una “riterritorializzazione” dell’agricoltura, premessa indispensabile per dare nuovo slancio a un modello agricolo come quello italiano caratterizzato da una forte diversità e peculiarità dei sistemi agricoli ed agroindustriali territoriali, e l’Italia deve battersi in Europa perché si privilegi la logica degli investimenti a sostegno della qualità delle produzioni su quella dei sussidi indifferenziati, e si contrastino i rischi di omologazione delle produzioni agricole collegati a una diffusione indiscriminata e incontrollata degli Ogm.

-           “Piccola grande Italia”. Bisogna operare per il miglioramento delle condizioni di vita nelle zone dell'Italia minore, per valorizzare lo straordinario patrimonio che esse custodiscono. Da Nord a Sud, dalle aree montane a quelle insulari, l'Italia è costellata di migliaia di piccoli centri abitati, da secoli culla di un patrimonio fatto di beni culturali e ambientali, di tradizioni e abilità manifatturiere, di saperi e sapori. Questi territori possiedono grandi risorse in termini di turismo, di produzioni tipiche agraolimentari, artigianali ed enogastronomiche, e possono diventare un importante motore di competitività per l'economia italiana, una risposta intelligente e strategica nel segno dell’identità ai rischi di omologazione insiti negli attuali processi di globalizzazione. La cosiddetta Italia minore, però, vive oggi una condizione di forte disagio dovuta alla preoccupante rarefazione dei servizi territoriali: scuole, presidi sanitari, uffici postali ed esercizi commerciali.. Nel nostro Paese vi sono 5868 comuni con meno di 5 mila abitanti, pari al 72 per cento dei comuni italiani. Una ricchezza insediativa che oltre un secolo fa Carlo Cattaneo  descriveva come “l’opera di diffondere equabilmente la popolazione”, “frutto di secoli” e di una “civiltà generale, piena e radicata” che ha favorito la distribuzione “generosamente su tutta la faccia del Paese”. Ma lo spopolamento e l'impoverimento di vaste aree – soprattutto pedemontane, montane e insulari - hanno nel secondo dopoguerra assunto caratteri strutturali delineando lo scenario di un'Italia che si può definire del “disagio insediativo”. Occorre  invertire questa tendenza, restituendo valore, prestigio, identità all’Italia dei piccoli comuni.

 

3.       L’AZIONE DI LEGAMBIENTE

“L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è un insieme casuale di persone, l’appartenenza è avere gli altri dentro i sé”

Giorgio Gaber

 

A vent’anni dal suo primo congresso nazionale, Legambiente è oggi un’associazione dal forte e consolidato radicamento nella società e nel territorio. Un’associazione che ha fatto della propria autonomia un segno d’identità, sviluppando al tempo stesso relazioni, collaborazioni, alleanze, con un insieme vastissimo e variegato di forze economiche, sociali, associative. Un’associazione, ancora, che nel panorama dell’ambientalismo italiano ed europeo si è andata affermando per una visione originale e innovativa che integra, da una parte, gli obiettivi squisitamente ambientali in un’aspirazione generale alla costruzione di un mondo più giusto e più solidale, e si sforza dall’altra di coniugare l’impegno sulle questioni planetarie, globali, con la difesa e la valorizzazione delle identità locali. Per noi l’ambientalismo non deve limitarsi a segnalare i problemi che minacciano gli equilibri biologici e penalizzano la vita delle persone, a fungere cioè da “sintomo”: il suo compito è anche di indicare strade concrete ed efficaci di cambiamento, di proporsi come “terapia”.     (Questo sforzo, ancorché difficile, va praticato….non solo predicato)

Molti indicatori confermano questa “fotografia”: crescono il numero dei circoli, la partecipazione alle nostre campagne e mobilitazioni, aumenta l’attenzione da parte dei mezzi d’informazione. Legambiente registra una presenza capillare su tutto il territorio, da Nord a Sud, in moltissime realtà territoriali i nostri circoli si affermano come uno dei principali punti di riferimento e di aggregazione della società civile.  

Commetteremmo però un errore imperdonabile se ci accontentassimo di ciò che abbiamo costruito finora: per sua natura, Legambiente non ha rendite di posizione su cui “sopravvivere”, o rinnova ogni giorno la propria capacità di raccogliere e interpretare bisogni e domande sociali, oppure è destinata al declino. Dobbiamo, insomma, reagire con agilità e intelligenza ai cambiamenti di scenario intorno a noi, dobbiamo continuamente rinnovarci senza mai smarrire, però, la nostra ispirazione originale, anzi rafforzando la nostra identità associativa, il senso di appartenenza ad una comunità di persone che si riconoscono nei medesimi valori.  (Non esiste organizzazione senza regole. Non esiste democrazia senza regole. Non esiste autonomia senza regole. E l’autonomia è dell’organizzazione non nell’organizzazione. Non è autonoma una associazione che parla 27 lingue sullo stesso argomento. Non è libera una associazione che contiene al proprio interno punti di vista diametralmente opposti. Non è democratica una associazione che non riconosce la legittimità delle minoranze, figuriamoci se non riconosce la legittimità delle maggioranze)

Da questo punto di vista, gli ultimi quattro anni hanno rappresentato per noi un’autentica sfida: dall’esplosione dei nuovi movimenti fino ai mutamenti radicali intervenuti nella politica italiana, Legambiente ha saputo rimanere in campo da protagonista, in termini di conflitto come di proposta, portando le proprie ragioni e sensibilità nelle mobilitazioni sui temi della globalizzazione come nella campagna in favore dei piccoli comuni.

Nel prossimo futuro, dovremo applicarci per affrontare meglio i problemi, i limiti che condizionano negativamente l’efficacia della nostra azione: la persistente difficoltà di accorciare la distanza ancora grande tra il credito, la simpatia di cui godiamo nella società, e la nostra concreta forza associativa; la forza tuttora insufficiente di molte strutture territoriali; il rischio sempre presente di privilegiare le relazioni istituzionali o la visibilità mediatica rispetto al dialogo continuo, vitale con i cittadini e con i loro bisogni e aspirazioni; . Legambiente, infatti, rimarrà un “oggetto” utile se continuerà a coltivare l’ambizione di intrecciare le proprie ragioni e i propri obiettivi a 360 gradi, se riuscirà nello sforzo decisivo di presidiare con duttilità e rigore i luoghi sociali più strategici per il cambiamento: se, insomma, saprà coniugare nel concreto l’utilità e l’importanza di manifestare per una diversa globalizzazione e per la pace con l’utilità e l’importanza di ricercare l’incontro con quanti – forze economiche, sociali, politici e amministratori – sono attori altrettanto indispensabili per migliorare l’ambiente e la vita dell’uomo.