Roma, 26 novembre 2002 Comunicato stampa
IN ITALIA LA SCIENZA È DIMEZZATA:
LA METÀ I FONDI INVESTITI E IL PERSONALE
IMPIEGATO RISPETTO ALL'EUROPA
L'ACCUSA DI LEGAMBIENTE E AMBIENTE E LAVORO:
SENZA UNA RICERCA PUBBLICA FORTE ED
AUTONOMA
L'ITALIA RISCHIA IL DECLINO
"L'ambiente ha bisogno della scienza, ma nel nostro Paese la ricerca è una ricerca a metà: rispetto ai partner europei investiamo solo la metà dei fondi e impieghiamo la metà degli studiosi." La denuncia viene da Legambiente e Ambiente e lavoro, protagoniste oggi a Roma, insieme ad importanti nomi del mondo dell'Università e della scienza, di un convegno sul destino della ricerca in Italia. "Il ministro Moratti - dichiarano le due associazioni - ha sostenuto che il Governo avrebbe potenziato gli investimenti pubblici arrivando all'1% del Pil e azzerando così le distanze che separano l'Italia dal resto dei paesi industrializzati. La realtà non può essere più lontana da queste parole".
La Finanziaria 2003 infatti riduce, rispetto a quanto previsto da quella del 2002, i finanziamenti al Miur di ben 208mln (- 2,5%). "Queste cifre, in netto contrasto con le affermazioni del Ministro, fissano la spesa pubblica per la ricerca ad un misero 0,6% del Pil, contro l'1,2% delle media europea (esattamente il doppio) e ci piazzano al 14ò posto fra i 18paesi maggiormente industrializzati". E il pretesto di lasciare più posto agli investimenti privati e all'interazione col mondo dell'impresa non convince: che fine hanno fatto le 1.500 richieste di fondi ferme al Far (Fondo per la ricerca Applicata) gestito dal Miur, molte delle quali già ritenute meritevoli di finanziamenti? A lamentarsene è anche il nucleo Ricerca e innovazione e Net Economy della Confindustria, che ha visto alcune aziende associate in grossa difficoltà per aver ricevuto l'assenso ai finanziamenti senza ancora ricevere una lira. E all'orizzonte non si profila niente di buono: la Finanziaria ha ridotto il Fondo per l'anno 2003 di 5.823.000 euro.
Al taglio dei fondi si affianca il blocco delle assunzioni che colpisce un organico già ampiamente sottodimensionato. Il solo Cnrs francese - sempre per tornare alle distanze dai 'partner europei' - ha circa 20.000 ricercatori, contro gli 8.000 del Cnr italiano. In Italia ogni anno il numero di dottori di ricerca è meno della metà della media europea (4.500 contro 10.000) e i ricercatori italiani rappresentano appena il 3,3 per mille della forza lavoro nazionale, contro il 5,7 per mille dell'Europa.
Ma la crisi della ricerca nel nostro Paese non si esaurisce in questi dati. E' infatti la stessa indipendenza degli studi scientifici ad essere minacciata. I decreto sul "Riordino della rete di ricerca e del Consiglio nazionale per le ricerche" getta le basi per la lottizzazione politica del Cnr: tre dei cinque membri del Consiglio di amministrazione, compreso il Presidente, verrebbero nominati direttamente dal Governo. Direttori di dipartimento e direttore generale inoltre, aboliti i concorsi pubblici, verrebbero nominati direttamente dal Presidente e dal Cda, facendo subentrare ai principi di competenza e merito quelli dell'appartenenza politica. C'è poi lo strapotere assegnato al marketing: è tanto grave quanto indicativo dell'orientamento del Governo la scelta di escludere dall'elaborazione della riforma la comunità scientifica e coinvolgere invece una società privata di consulenza, la Ernst & Young, esperta nella ristrutturazione di aziende in crisi. Ma come si fa a pensare di poter gestire Istituti di ricerca e l'intero sistema scientifico di un Paese, con un modello "aziendale"? Sulla stessa linea la ridefinizione delle finalità del Cnr: non si parla più di "avanzamento della scienza" ma solo di "risultati utilizzabili" con particolare rilievo al "marketing della ricerca" e allo sviluppo economico. Il tutto è reso ancor più inquietante per la soppressione di 8 Enti di ricerca (tra i quali anche istituti di rilevanza nazionale e internazionale come la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli e l'istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica di Trieste), per cui il Cnr così trasformato resterebbe il centro pressoché unico delle attività di ricerca scientifica nel nostro Paese.
La politica intrapresa da questa maggioranza dunque, nonostante i proclami del Governo, rappresenta una seria ipoteca allo sviluppo. Ben lo hanno compreso gli oltre 400 firmatari - fra docenti universitari, uomini politici, ricercatori e con le firme illustri di Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco - dell'appello di Legambiente e Ambiente e Lavoro per l'autonomia della ricerca scientifica. Nell'attuale scenario di globalizzazione - questo l'appello di Legambiente e Ambiente e lavoro - l'Europa, e in particolare l'Italia (vista la propria tradizione culturale e scientifica) debbono assumere un ruolo guida determinando un cambiamento di rotta che ponga una scienza forte realmente libera e indipendente al centro dello sviluppo socio-economico delle società. Di questo ha un estremo bisogno anche l'ambiente, visto che dall'energia ai rifiuti, dalle lotte all'inquinamento alla valorizzazione dei beni più tipicamente italiani, ciò che serve è un'efficace miscela di qualità e innovazione. Ma l'Italia, per potersi dare uno sviluppo veramente sostenibile ed uscire dall'angolo in cui si trova, ha bisogno di scelte forti sia politiche che economiche che diano un deciso impulso all'intero settore della ricerca nel nostro Paese.
L'Ufficio stampa
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